Impara da me

Impara da me Impara a mangiare senza glutine, senza latte e derivati e senza zuccheri raffinati, rischierai di ritornare magra/o e in salute!

E se hai la fibromialgia forse questa è la pagina che fa per te

11/02/2026
08/12/2025

LA CONNESSIONE TRA SENSIBILITÀ ALIMENTARE, PERMEABILITÀ INTESTINALE E MALATTIE AUTOIMMUNI

(Di Patrizia Coffaro)

Quando parliamo di sensibilità alimentari e permeabilità intestinale, spesso sembra di entrare in un territorio strano, quasi sospetto, come se fossimo davanti a concetti di nicchia. E invece siamo davanti a pura fisiologia. È il corpo che prova a spiegare il motivo per cui certe persone reagiscono in modo sproporzionato ai cibi, perché sviluppano infiammazioni croniche, perché la tiroide comincia a rallentare senza un perché, e perché l’intestino diventa ipersensibile fino a comportarsi come un allarme domestico che suona anche quando non c’è alcun Iadro. La verità è che tutto parte da una zona molto piccola ma estremamente intelligente del nostro organismo... la barriera intestinale.

La barriera intestinale non è un muro, e nemmeno un colabrodo: è più simile a un confine vigilato, fatto di cellule che si stringono l’una all’altra grazie a proteine chiamate tight junctions, cioè le giunzioni strette, che decidono cosa può entrare nel flusso sanguigno e cosa deve rimanere fuori. È una dogana che lavora ventiquattr’ore al giorno, e che ha un compito preciso... far passare solo ciò che è stato digerito correttamente. In condizioni normali questa barriera filtra con una precisione millimetrica: lascia passare amminoacidi, acidi grassi, vitamine, minerali, e blocca frammenti di proteine non digerite, tossine, residui batterici e tutto ciò che può interferire con il sistema immunitario.

Il problema nasce quando questa barriera perde regolazione. E non succede mai per sfortuna, succede perché il terreno si indebolisce. Stress cronico, infezioni intestinali, antibiotici ripetuti, glutine in soggetti predisposti, aIcool, uso frequente di antinfiammatori, disbiosi intestinale, carenze nutrizionali… tutti questi fattori, sommati o ripetuti nel tempo, cominciano ad allentare le giunzioni strette. È come se i guardiani si stancassero, le porte restassero socchiuse e ciò che dovrebbe rimanere nel lume intestinale cominciasse a fare capolino nel sangue. E il corpo, che non è affatto stupido, interpreta questo sconfinamento come un’invasione.

Quando frammenti proteici, endotossine o metaboliti batterici passano nel torrente sanguigno, il sistema immunitario si attiva immediatamente. Produce anticorpi, richiama mastociti, libera citochine infiammatorie. Tutto con un unico obiettivo: difendere. Ed è qui che iniziano le sensibilità alimentari. Perché se ogni volta che ingerisci un alimento una parte delle sue proteine passa troppo velocemente dall’altra parte della barriera, il sistema immunitario inizia a riconoscere quell’alimento come un potenziale nemico. Non perché quell’alimento sia cattivo, ma perché attraversa un confine che avrebbe dovuto restare chiuso. E quando questo accade per settimane o mesi, il corpo costruisce una memoria immunitaria: si ricorda esattamente di cosa deve difendersi.

E qui sorge una domanda che tutti fanno... Ma perché alcuni sviluppano queste sensibilità e altri no?

La risposta è quasi sempre nel microbiota. Chi ha un microbiota diversificato, ricco di specie protettive, con una buona produzione di butirrato, ha una barriera intestinale robusta, capace di resistere agli insuIti. Chi invece vive con disbiosi, poche specie protettive, e un’infiammazione cronica di basso grado, ha una barriera molto più fragile. È un terreno meno resiliente, più esposto. Ed è proprio questo terreno fragile che diventa il preludio ideale per patologie autoimmuni come la tiroidite di Hashimoto.

Nel caso di Hashimoto, il legame con l’intestino è sorprendente e, allo stesso tempo, quasi ovvio. Il sistema immunitario, costantemente esposto a proteine non digerite che attraversano la barriera, produce anticorpi destinati a neutralizzarle. Il problema è che alcune sequenze proteiche, in particolare quelle della gliadina del glutine, assomigliano moltissimo a porzioni della tireoglobulina. E quando due strutture si somigliano troppo, il sistema immunitario può confonderle. Questo fenomeno si chiama molecular mimicry, mimetismo molecolare. È come quando una persona si confonde perché vede due gemelli identici: invece di riconoscere chi è chi, reagisce allo stesso modo a entrambi.

Risultato? Il sistema immunitario, nato per difendere, finisce per attaccare il tessuto tiroideo. E gli anticorpi anti-TPO e anti-tireoglobulina iniziano a salire, magari lentamente, magari in silenzio, mentre la persona si accorge solo di essere sempre più stanca, gonfia, confusa, con un metabolismo che rallenta senza pietà.

E poi c’è l’IBS, la sindrome dell’intestino irritabile, che oggi sappiamo essere molto più di una condizione nervosa. Certo, il sistema nervoso ha un ruolo enorme, ma la radice è spesso infiammatoria. Una barriera permeabile significa mastociti più reattivi nella mucosa, terminazioni nervose che percepiscono ogni cosa come uno stimolo, motilità alterata, fermentazioni anomale, gas in eccesso, istamina che prende il sopravvento. È un intestino che vive in stato d’allerta, che amplifica ogni sensazione come se fosse un pericolo imminente. È l’intestino di chi non riesce più a capire cosa gli dà fastidio, perché sembra che tutto dia fastidio. È l’intestino che lavora sotto una nebbia infiammatoria costante.

E poi c’è uno dei protagonisti più trascurati: lo stress. Lo stress cronico è un demolitorie silenzioso della barriera intestinale. Riduce la produzione di enzimi digestivi, rallenta lo svuotamento gastrico, altera la motilità del tenue, abbatte il tono vagale, aumenta il cortisolo che, a sua volta, apre le giunture strette. Il sistema nervoso, quando teme un pericolo, smette di investire energie nella digestione, preferisce metterle nelle gambe per correre o nelle braccia per difendersi. Ma quando questo stato si prolunga per settimane, mesi o anni, l’intestino perde la sua integrità. E quando perde integrità, il sistema immunitario perde la calma.

Tutto questo genera una cascata che si autoalimenta. La barriera si apre, entrano molecole che non dovrebbero entrare, il sistema immunitario reagisce, l’infiammazione aumenta, il microbiota si altera, la permeabilità peggiora, gli alimenti diventano sempre più difficili da tollerare, e il corpo entra in un loop da cui sembra impossibile uscire. Un loop che spesso si manifesta con anticorpi tiroidei che non scendono, intestino che non si regola, istamina che sale, stanchezza che non cede.

La parte bella, perché per fortuna c’è anche quella, è che la barriera intestinale è uno dei tessuti più capaci di rigenerarsi. Ma ha bisogno delle condizioni giuste. Ha bisogno che smettiamo di incendiarla a ogni pasto. Che riduciamo il carico infiammatorio. Che ripopoliamo il microbiota con le specie protettive. Che forniamo i nutrienti che servono alla riparazione, come glutamina, zinco carnosina, butirrato, polifenoli. Che aiutiamo l’infiammazione a spegnersi. Ma soprattutto ha bisogno di una cosa che nessuno mette mai al primo posto... un sistema nervoso che non vive più in modalità sopravvivenza.

Quando la barriera ricomincia a chiudersi, succede quasi una magia, le sensibilità alimentari iniziano a diminuire, l’intestino diventa meno reattivo, l’infiammazione scende, gli anticorpi tiroidei trovano finalmente una tregua, la mente si schiarisce, l’energia aumenta. Il corpo non ha mai voluto essere infiammato... ha solo risposto a un ambiente che lo costringeva a difendersi continuamente.

E alla fine, tutto torna sempre lì, in quel punto che nessuno vede ma che regge ogni equilibrio, l’intestino come confine, come guardiano, come mediatore tra noi e il mondo. Quando quel confine si ripara, cambia il modo in cui il corpo interpreta il mondo. E quando il corpo smette di interpretarlo come un pericolo, allora comincia davvero la guarigione.

XO - Patrizia Coffaro

06/12/2025

FIBROMIALGIA E GHIANDOLE SURRENALI

Quando si parla di fibromialgia, tutti pensano subito al dolore, diffuso, lancinante, a volte talmente forte da togliere il respiro. Ma chi convive davvero con questa sindrome mi dice spesso un’altra cosa... "La stanchezza è peggio del dolore. Se avessi un po’ più di energia, riuscirei persino a gestirlo, il dolore". E questa è una chiave enorme, perché dietro quella stanchezza devastante, quel sentirsi scarichi dopo una doccia, molto spesso c’è un sistema preciso che non ce la fa più... le ghiandole surrenali.

Le surrenali sono due piccole ghiandole che siedono sopra i reni e sono il nostro centro di gestione dello stress. Producono adrenalina e noradrenalina per le emergenze, cortisolo e DHEA per sostenerci nel tempo, vitamina C e acido pantotenico vengono consumati a ritmo serrato quando siamo sotto pressione. In condizioni normali, se arriva uno stress acuto, le surrenali rilasciano adrenalina, entri nella classica modalità attacco o fuga, il corpo si attiva, la pressione si regola, i muscoli ricevono sangue e ossigeno extra, il cervello è all’erta. Finito il pericolo, il sistema si spegne e si torna alla base. Ma se lo stress non molla mai, tra dolori cronici, infiammazione silente, tossine accumulate nel tempo, farmaci per dormire, notti spezzate, metabolismo rallentato, quella modalità emergenza diventa cronica. È lì che inizi a consumare cortisolo e DHEA oltre misura, fino ad arrivare a quella che chiamiamo stanchezza surrenale, non hai più chimica a disposizione per gestire lo stress, e ogni piccolo stimolo viene amplificato. Rumori forti, luci intense, cambi di tempo, una discussione, una bolletta, persino uno stimolo immaginario, il sistema nervoso, già sensibilizzato dalla fibromialgia, esplode. Ansia, allarme, cuore in gola, e allo stesso tempo energia sotto zero.

Con la fibromialgia, di base sei già in riserva, il metabolismo spesso è inceppato, i mitocondri producono meno energia, il corpo è sotto stress ossidativo continuo. Quando le surrenali crollano, tutto si somma. Ecco perché tante persone finiscono a vivere come eremiti, non hanno più la forza di uscire di casa, devono scegliere in quale giorno della settimana farsi la doccia perché sanno che dopo quella doccia la giornata è finita. Non è pigrizia e nemmeno debolezza caratteriale... è biochimica che non regge più. E c’è un altro tassello importante, quando il cortisolo si sregola, non cambia solo l’energia, cambia anche la percezione dello stress. È come se lo stress venisse amplificato, le stesse cose che prima ti scivolavano addosso, ora ti travolgono. Ti ritrovi in questo circolo vizioso in cui sei stanca, quindi gestisci peggio lo stress, quindi consumi ancora più cortisolo e nutrienti, quindi sei ancora più stanca e ipersensibile.

Ci sono alcuni indizi pratici che possono far sospettare un affaticamento surrenale. Uno è la risposta pressoria. In teoria, quando ti alzi in piedi da sdraiata, le surrenali rilasciano un po’ di adrenalina per far sì che arrivi più sangue a cervello e muscoli, così non ti senti stordita. Se misuri la pressione sdraiata, col braccio sinistro tenuto all’altezza del cuore, e poi la rimisuri entro 30 secondi da quando ti sei alzata in piedi, quel numero alto, la sistolica, dovrebbe aumentare di circa 10 punti. Se invece scende, se senti testa vuota, capogiri, sensazione di... mi manca l’aria quando mi alzo, quello è un segnale classico di surreni affaticati. Un altro vecchio test casalingo è quello della pupilla... in un bagno poco illuminato, davanti allo specchio, copri un occhio e punta una piccola luce nell’altro. In condizioni normali, la pupilla si restringe e resta così finché c’è luce. Se invece si restringe e poi si riallarga entro una trentina di secondi, come se non riuscisse a tenere il tono, è un altro indizio di scarico surrenale. Non sono diagnosi, sono segnali, il modo serio per capire come stanno lavorando le surrenali resta un profilo del cortisolo salivare a più prelievi durante la giornata. In una persona sana il cortisolo è alto al mattino, poi scende gradualmente e la sera è basso, così la melatonina può alzarsi e arriva il sonno. Nella fibromialgia, spesso vediamo il contrario, cortisolo basso al risveglio (fatica nera ad alzarsi), livelli bassi per tutto il giorno e poi un’impennata serale. Ed ecco il copione che tante persone raccontano, stanche morte tutto il giorno, poi verso sera, proprio quando dovrebbero crollare, arriva una piccola seconda ondata di energia. Non è che sei guarita all’improvviso, è il cortisolo che si alza fuori tempo massimo. E che cosa succede? Approfitti di quell’unica finestra per fare tutto quello che non sei riuscita a fare durante il giorno, oppure ti ritagli finalmente un po’ di silenzio per te. Ma quel ti**re troppo la corda, sera dopo sera, non fa che mantenere il cortisolo sfasato e alimentare il problema.

Questo schema di affaticamento surrenale è anche uno dei grandi motori delle riacutizzazioni della fibromialgia. Hai presente quelle famose giornate buone, rare, preziose, in cui ti svegli e ti sembra di avere un po’ più di forza? Forse hai dormito meglio, forse il dolore è leggermente più gestibile. È umano che in quelle giornate tu voglia recuperare il mondo... esci con un’amica, sistemi casa, fai giardinaggio, lavori più del solito. Il problema è che il corpo non ha riserve, tu gli chiedi uno sforzo da giorno normale, lui te lo concede a debito. E puntuale arriva il conto, una riacutizzazione con dolore amplificato e un crollo tale da costringerti a letto due o tre giorni. Da fuori sembra “ha esagerato e ora paga”, ma il punto vero è che la tua capacità di resistere allo stress, fisico, emotivo, ambientale, è talmente ridotta che basta un piccolo eccesso per far saltare tutto il sistema. Finché il problema surrenale non viene affrontato, questo schema si ripete all’infinito... qualche ora o giorno buono, entusiasmo, esagerare, fiammata, senso di fallimento.

Per uscire da questo ciclo, bisogna smettere di guardare solo il dolore e iniziare a lavorare seriamente sulla resilienza allo stress e sul recupero delle surrenali. Questo significa due cose, da una parte ricostruire le materie prime, micronutrienti come vitamina C, magnesio, acido pantotenico, aminoacidi precursori dei neurotrasmettitori, supporti mirati per cortisolo e DHEA quando serve, e dall’altra ridurre il carico di stress biochimico, emotivo e ambientale che continua a scaricare sulle stesse ghiandole. Significa anche rivedere alcune abitudini molto diffuse tra chi ha fibromialgia... saltare sistematicamente la colazione perché “non ho fame” o perché “così ho più energia a stomaco vuoto”. A volte il digiuno intermittente è una scelta deliberata e ben strutturata; ma in molte persone con affaticamento surrenale non è una scelta, è un meccanismo di compenso, non mangi, il cortisolo si tiene un filo più alto e ti senti un attimo più sveglia. Appena mangi, crolli... è un segno che il sistema è sregolato, non una strategia di salute.

Idealmente, il cortisolo andrebbe misurato in modo serio (profilo a quattro campioni, mattino presto, metà mattina, tardo pomeriggio, sera) per capire esattamente come sta andando la tua curva e intervenire in modo mirato. Nel frattempo, quegli autotest che puoi fare a casa, pressione sdraiata/in piedi, reazione della pupilla alla luce, ti danno almeno un’idea se le surrenali sono in difficoltà. Se la pressione cala invece di salire, se la pupilla non riesce a mantenere la contrazione, se ti ritrovi stanca tutto il giorno e un po’ sveglia solo la sera tardi, se dopo un minimo sforzo finisci a letto per giorni, è molto probabile che l’affaticamento surrenale faccia parte del quadro. Non è l’unico pezzo del puzzle, ma è uno dei più importanti. E finché non viene affrontato, la fibromialgia resta un castello in cui ogni minima scossa fa crollare i muri.

Il messaggio di fondo è semplice, anche se non è comodo, non puoi uscire dalla fibromialgia ignorando le tue surrenali. Non puoi gestire solo il dolore e sperare che il resto si aggiusti da solo. Serve imparare a riconoscere i segnali di esaurimento, a smettere di vivere a colpi di adrenalina e sensi di colpa, a ricostruire lentamente la capacità di recupero. Gli strumenti per farlo esistono, integratori mirati, strategie per il sonno, pratiche di regolazione del sistema nervoso, lavoro sul carico tossico, e molti dei contenuti che seguiranno andranno proprio in questa direzione. Il primo passo, però, è questo, guardare onestamente al proprio livello di stanchezza, fare questi piccoli test su di sé, e riconoscere che quella debolezza non è un difetto del carattere, ma il linguaggio di due piccole ghiandole esauste che ti stanno chiedendo, finalmente, di occuparsi di loro.

XO - Patrizia Coffaro

03/12/2025

CERVICALE E STOMACO: UN LEGAME CHE POCHI CONOSCONO

Quante volte capita di avere la cervicale rigida, la testa che gira, la sensazione di peso dietro la nuca? E quante volte diamo subito la colpa alla postura, al freddo preso, alla tensione muscolare accumulata? Certo, queste sono cause reali... ma non sono sempre le uniche.

C’è un legame meno conosciuto, che unisce in maniera sorprendente il nostro stomaco con la nostra cervicale. Un legame che sia la medicina moderna sia la medicina cinese antica riconoscono, ognuna con il proprio linguaggio.

Partiamo da un’esperienza che molti conoscono, mangi al ristorante, bevi un po’ di vino, esageri con cibi grassi o dolci. Dopo poche ore senti reflusso, acidità, nausea. E insieme, quasi inspiegabilmente, ti viene mal di testa, la cervicale si irrigidisce, ti gira la testa come in una piccola labirintite.

Non è suggestione, non è solo colpa della postura a tavola. È che lo stomaco e il collo parlano tra loro.

Dal punto di vista occidentale, il nervo vago, uno dei nervi più importanti del corpo, passa dalla base del cranio e attraversa il collo, collegando direttamente il cervello con lo stomaco. Se lo stomaco è irritato, infiammato o sovraccarico, questo si riflette sui segnali nervosi che arrivano al cranio e alla cervicale. Da qui rigidità, vertigini, dolore.

Dal punto di vista della Medicina Cinese Antica, lo stomaco ha il compito di “far scendere il Qi”. Quando funziona bene, il cibo scende, l’energia scende, il corpo si sente leggero. Ma se lo stomaco si blocca, per eccessi alimentari, alcol, emozioni trattenute, il Qi non scende più, anzi, risale. E quando il Qi ribelle sale, porta con sé acidità, nausea, ma anche tensioni al collo e vertigini, perché il meridiano dello Stomaco passa proprio per la testa e per la regione cervicale.

Ti sarà capitato di avere cervicale rigida la mattina. Ti svegli e senti quella tensione dietro la nuca, magari accompagnata da mal di stomaco, gonfiore o acidità della sera prima. Oppure di alzarti da tavola e sentire subito la testa pesante, il collo bloccato.

La logica è questa:

- Lo stomaco si riempie, si irrita, il Qi ribelle risale;

- La cervicale, che è una zona di passaggio delicata, raccoglie questa “pressione in salita”;

- Il risultato sono vertigini, mal di testa, rigidità muscolare.

Nella medicina cinese si direbbe, “Il Qi dello Stomaco non scende, il Tan (muco interno) sale e ostruisce gli orifizi della testa”. Nella medicina moderna, “Il nervo vago viene irritato, l’equilibrio neurovegetativo si altera e la cervicale ne risente”.

Due lingue diverse per raccontare la stessa realtà.

Ti faccio un esempio quotidiano, immagina di aver passato una giornata stressante. Alla sera ti siedi a tavola e mangi in fretta, magari con un bicchiere di vino. Dopo poche ore senti bruciore di stomaco. Vai a letto e ti svegli con il collo rigido e la testa che gira.

È una scena comune. Eppure pochi collegano il reflusso serale con il dolore cervicale mattutino. In realtà è la stessa catena di eventi.. stomaco in difficoltà si traduce in Qi che risale e di conseguenza collo e testa che si congestionano.

Non fraintendiamoci, la postura conta. Lavorare ore al computer, tenere il collo in avanti, dormire male col cuscino sbagliato… tutto questo influisce. Ma se pensi che la cervicale sia solo un problema di muscoli e vertebre, perdi metà della storia.

Molte tensioni cervicali sono in realtà somatizzazioni viscerali. Lo stomaco, il fegato, persino l’intestino possono riflettersi sul collo e sulla testa.

La medicina moderna parla di riflessi viscero-somatici... un organo irritato manda segnali nervosi che si manifestano come dolore muscolare in una zona lontana. La medicina cinese parlava già da secoli di meridiani, linee di connessione che uniscono organi interni e aree corporee.

E indovina? Il meridiano dello stomaco passa proprio dal collo e dalla testa.

Ti faccio una lista dei segnali tipici che indicano che la cervicale potrebbe avere una radice digestiva:

- Dolore cervicale che compare dopo i pasti.

- Vertigini o testa ovattata associate a reflusso o acidità.

- Cervicale rigida la mattina dopo cene pesanti o alcol.

- Dolore al collo che migliora con cibi leggeri e peggiora con grassi e vino.

- Mal di testa frontale o alla nuca accompagnato da nausea.

Se ti riconosci in alcuni di questi punti, probabilmente il problema non è solo muscolare.

Cosa fare nella pratica? Ecco alcuni consigli semplici ma efficaci:

1. Cibi leggeri alla sera: meglio zuppe, verdure cotte, cereali leggeri come riso o miglio. Evita formaggi, fritti e alcol, sono nemici dello stomaco e della cervicale.

2. Tisana digestiva: un paio di fettine di zenzero fresco bollite per 5 minuti, bevute tiepide, aiutano lo stomaco a “scendere” e liberano la testa.

3. Respirazione profonda: ogni volta che senti rigidità cervicale dopo i pasti, fai 5 respiri profondi, allungando delicatamente il collo all’indietro. Stimoli così il nervo vago e migliori la digestione.

4. Calore locale: se la cervicale si irrigidisce, un panno caldo o una boule d’acqua calda sul collo aiuta a sciogliere la tensione. In medicina cinese, il calore sostiene lo Yang e muove il Qi bloccato.

5. Camminata dopo i pasti: anche solo 10 minuti di passeggiata facilitano la discesa del Qi e prevengono il reflusso.

Non dimentichiamolo, stomaco e cervicale sono due “recettori” emotivi. Lo stomaco digerisce non solo il cibo, ma anche le emozioni. Preoccupazioni, ansia, stress, vanno dritte lì.

La cervicale, invece, è il punto in cui “sopportiamo il peso” del mondo... responsabilità, pensieri, carichi che teniamo sulle spalle.

Quando queste due aree si incontrano, stomaco appesantito e cervicale contratta, il risultato è inevitabile... dolori, vertigini, blocchi.

È bello vedere come la medicina moderna e quella cinese, pur con linguaggi diversi, dicano la stessa cosa. In entrambi i casi, il messaggio è chiaro... lo stomaco e la cervicale non sono mondi separati.

Il nostro corpo ci parla, un reflusso seguito da vertigini non è un caso. Una cervicale bloccata dopo una cena pesante non è un caso. Una testa ovattata con nausea non è un caso.

Il corpo ci racconta, in linguaggi diversi, che tutto è collegato. E che prendersi cura della cervicale significa anche prendersi cura dello stomaco.

Quindi la prossima volta che hai male al collo, non fermarti solo al massaggio o alla postura. Chiediti... cosa ho mangiato, come ho digerito, come sto vivendo le mie emozioni? La risposta spesso è già lì.

XO – Patrizia Coffaro

01/12/2025

HASHIMOTO, GLUTINE E CERVELLETTO

Quando si parla di Hashimoto, tutti pensano subito alla tiroide. E in effetti è così, la malattia di Hashimoto è un’autoimmunità della tiroide. Significa che il sistema immunitario, invece di limitarsi a combattere vlrus e batteri, inizia ad attaccare la tua stessa ghiandola tiroidea, producendo anticorpi che ne distruggono progressivamente i tessuti.

Fin qui tutto chiaro. Ma quello che quasi nessuno dice è che Hashimoto non riguarda solo la tiroide. Molte persone sviluppano anche sintomi neurologici, in particolare legati a una zona del cervello chiamata cervelletto.

Se chiedi a qualcuno a cosa serve il cervelletto, la maggior parte risponderà: “A mantenere l’equilibrio”. Ed è vero. Il cervelletto è come il nostro giroscopio interno, controlla la postura, la stabilità, la capacità di camminare senza cadere.

Ma il suo ruolo non si ferma lì. Oggi sappiamo che il cervelletto è coinvolto anche nelle funzioni cognitive... memoria, attenzione, linguaggio, capacità di pianificare un’azione. È quindi un “direttore d’orchestra silenzioso” che lavora dietro le quinte non solo per coordinare i nostri movimenti, ma anche per sostenere la nostra mente.

Quando il cervelletto si ammala, non si tratta solo di qualche capogiro, parliamo di vertigini croniche, nausea da movimento (quella che alcuni chiamano “mal d’auto”), difficoltà a concentrarsi, nebbia mentale e anche perdita di stabilità emotiva.

Ora ti spiego la parte cruciale. Cerco di spiegartelo con parole semplici accessibili a tutti. Gli anticorpi sono molecole del sistema immunitario. Pensa a loro come a delle chiavi costruite su misura per riconoscere una certa proteina estranea, chiamata antigene.

Ogni proteina del nostro corpo e di ciò che mangiamo è formata da sequenze di amminoacidi, che sono come lettere di un alfabeto. Gli anticorpi riconoscono sequenze specifiche di queste lettere.

Ora, immagina che ci siano due proteine diverse, una della tiroide e una del cervelletto, che però hanno una sequenza di lettere molto simile. L’anticorpo, convinto di attaccare il nemico, si lega invece anche a una proteina del nostro cervelletto. È come se una chiave costruita per aprire la porta di casa funzionasse anche sulla porta della cantina, perché le serrature sono quasi uguali.

Bene, questo fenomeno si chiama reattività crociata.

Ecco il punto, gli anticorpi dell’Hashimoto (come gli anti-TPO) non si fermano sempre alla tiroide. Possono legarsi anche ad altri tessuti, in particolare al cervelletto.

Risultato? Mentre tu pensi che la tua stanchezza, la tua difficoltà a pensare, la tua perdita di concentrazione dipendano solo dagli ormoni tiroidei che non funzionano, in realtà una parte di quei sintomi arriva dal cervelletto che viene aggredito dal sistema immunitario.

Ecco perché alcune persone con Hashimoto descrivono sintomi che vanno ben oltre la tiroide:

- Vertigini e instabilità,

-Nausea da movimento (mal d’auto, mal di mare, difficoltà a guardare filmati con troppo movimento),

- Bisogno di aggrapparsi al corrimano scendendo le scale,

- Problemi di scrittura o coordinazione nei movimenti fini,

- Nebbia mentale, difficoltà a concentrarsi, perdita di memoria a breve termine.

Molti medici si fermano al dosaggio ormonale senza collegare che dietro a quei sintomi può esserci una degenerazione cerebellare autoimmune.

E adesso entra in scena il glutine. Una delle proteine più studiate del glutine è la gliadina. Bene, la sequenza di amminoacidi della gliadina è sorprendentemente simile a quella di alcune proteine cerebellari.

Cosa significa? Significa che se hai anticorpi contro la gliadina, questi non si legano solo al glutine che mangi, ma possono anche riconoscere come “nemico” il tuo cervelletto.

È la reattività crociata applicata al glutine. E questo spiega perché tante persone sensibili al glutine sviluppano sintomi neurologici, vertigini, instabilità, nebbia mentale (per essere intolleranti al glutine non è necessario avere solo sintomi digestivi o intestinali).

In medicina questo fenomeno prende il nome di atassia da glutine. L’atassia è la perdita di coordinazione dei movimenti dovuta a danni cerebellari.

Ora vi faccio un esempio di vita quotidiana. Immagina una donna con Hashimoto. Da anni si sente stanca, confusa, fatica a concentrarsi. Ogni volta che scende le scale si aggrappa al corrimano, ma pensa che sia la pressione bassa. Quando guida, la nausea compare dopo pochi chilometri, e allora preferisce non mettersi più al volante.

Va dal medico e riceve la solita risposta: “È la tiroide, serve aggiustare il dosaggio della levotlroxina”. Ma anche cambiando il dosaggio, i sintomi non migliorano. Perché? Perché non è solo la tiroide. È il cervelletto.

E spesso il colpevole silenzioso è proprio il glutine.

In alcuni studi sono state fatte risonanze magnetiche a persone con sensibilità al glutine. Nell’arco di quindici mesi, si vedeva un peggioramento significativo, comparivano lesioni della sostanza bianca cerebellare, segno di danno tissutale progressivo (ho le immagini per chi non ci credesse)

Questo dimostra quanto possa essere aggressivo il processo se non si interviene tempestivamente. Non si tratta di un fastidio passeggero, ma di una vera e propria degenerazione neurologica.

Dietro tutto questo c’è un concetto chiave, la perdita di tolleranza immunitaria. Il sistema immunitario dovrebbe distinguere tra ciò che è “self” (noi stessi) e ciò che è “non self” (vlrus, batteri, tossine). Quando questa capacità si perde, il confine diventa confuso, il sistema immunitario inizia ad attaccare i nostri tessuti, convinto che siano invasori.

È quello che accade nelle malattie autoimmuni. Nel caso dell’Hashimoto, gli anticorpi non solo attaccano la tiroide, ma anche altri tessuti simili. Nel caso della sensibilità al glutine, gli anticorpi contro la gliadina possono colpire anche il cervelletto.

Quante volte hai sentito dire: “Sono stanca, ho la testa pesante, non riesco a concentrarmi”? Quasi sempre queste frasi vengono liquidate come stress, carenza di sonno o colpa della tiroide.

Ma quando a queste si aggiungono vertigini, instabilità e difficoltà di coordinazione, il sospetto di un coinvolgimento cerebellare autoimmune diventa concreto.

Molti non arrivano mai a ricevere una diagnosi corretta. Spesso vengono trattati solo con farmaci sostitutivi per la tiroide, senza che nessuno spieghi loro che il cervelletto è sotto attacco.

Ecco perché eliminare il glutine non è una moda né una fissazione da “salutisti estremi”. In molte persone sensibili, il glutine è la scintilla che mantiene attiva l’autoimmunità. Continuare a consumarlo significa alimentare la reattività crociata e accelerare i danni cerebellari.

In chi lo elimina, i sintomi di instabilità e nebbia mentale spesso migliorano in poche settimane. Certo, non è l’unica cosa da fare, servono anche strategie per calmare il sistema immunitario, sostenere il fegato e l’intestino, ridurre l’infiammazione. Ma togliere il glutine è un passo fondamentale.

Una delle frasi che sento dire più spesso è: “Ma io mangio poco glutine, solo ogni tanto” oppure “Io scelgo solo grani antichi, più naturali”. E qui dobbiamo essere molto chiari, se hai Hashimoto, non si tratta di quantità o di qualità del glutine. Qualsiasi forma di glutine, anche minima, è capace di innescare la risposta autoimmune, la letteratura scientifica parla chiaro.

Ora ti spiego perché. come ho spiegato sopra, il glutine è formato da diverse proteine, tra cui la gliadina. Questa proteina contiene sequenze di amminoacidi che sono molto simili a quelle presenti nella tiroide e nel cervelletto. È il fenomeno della reattività crociata, il sistema immunitario produce anticorpi contro la gliadina, ma quegli stessi anticorpi “scambiano” per glutine anche alcune tue cellule tiroidee o cerebellari.

Ora, ecco il punto chiave, non serve una grande quantità di glutine per attivare questa reazione. È sufficiente una traccia, perché il sistema immunitario non ragiona per dosi, ma per riconoscimento.
Una volta che la chiave (l’anticorpo) riconosce la serratura (la sequenza proteica), la reazione parte.

Spesso si sente dire: “Il problema è il grano moderno, troppo manipolato. Con i grani antichi non c’è rischio”. Questa è una mezza verità. È vero che il grano moderno contiene più glutine e che i processi industriali lo rendono più difficile da digerire. Ma la reattività crociata "non" dipende dalla quantità di glutine, né dalla sua modernità, dipende dalla struttura molecolare della proteina.

Qualsiasi tipo di grano, antico o meno, il problema è sempre lo stesso, le sequenze di amminoacidi della gliadina sono simili a quelle della tiroide e del cervelletto. E quindi gli anticorpi reagiscono comunque.

Il tuo sistema immunitario non distingue se il grano viene da un campo biodinamico in Toscana o da un mulino industriale in America. Non fa sconti. Riconosce la sequenza proteica e attacca. Punto.

Molti pensano: “Ma se lo mangio solo ogni tanto, non farà così male”. Il problema è che la risposta immunitaria non si spegne subito dopo l’esposizione. Quando mangi glutine e hai Hashimoto, la produzione di anticorpi e l’infiammazione possono restare attive per settimane o mesi. Significa che se lo mangi una volta al mese, in realtà sei innescato tutto l’anno.

Per questo non esiste un concetto di “moderazione” con il glutine in caso di Hashimoto, non è come lo zucchero, che in piccole dosi puoi anche tollerare. È un vero e proprio innesco autoimmune.

So che può sembrare una rinuncia enorme. Il pane fresco, la pasta della tradizione, i dolci della nonna… Ma se hai Hashimoto, devi sapere che ogni volta che li mangi stai “insegnando” al tuo sistema immunitario a continuare ad attaccarti.

Non è questione di fanatismo, né di mode alimentari. È biologia molecolare. E la biologia non fa eccezioni, se hai Hashimoto, il glutine va eliminato del tutto. Per questo abbiamo innumerevoli persone che continuano ad avere sintomi destabilizzanti.

Quindi, non si tratta di poco glutine, né di glutine migliore. Si tratta di zero glutine. Perché ogni briciola è un messaggio per il sistema immunitario, e quel messaggio dice sempre la stessa cosa... attacca la tiroide e il cervelletto.

Ti lascio con un’immagine mentale. Immagina un mazzo di chiavi:

- Una chiave è fatta per la tua porta di casa (la tiroide),

- Un’altra per la cantina (il cervelletto),

- Un’altra per il garage (altri tessuti).

Ora, se tutte le serrature sono simili, basta un minimo di somiglianza perché la chiave della porta di casa apra anche il garage. Gli anticorpi funzionano così, non riconoscono con precisione assoluta, ma con “somiglianze”.

Ed è per questo che, se hai Hashimoto e sensibilità al glutine, non puoi più pensare che si tratti “solo della tiroide”. La chiave gira anche in altre serrature.

Il messaggio è semplice e potente, Hashimoto non è solo tiroide. È un problema di tolleranza immunitaria e di reattività crociata. Gli anticorpi non si fermano alla ghiandola, possono colpire il cervelletto, creando sintomi che vanno dall’instabilità alla nebbia mentale, fino a vere e proprie lesioni cerebrali.

Il glutine è uno dei principali fattori che alimentano questo processo, perché le sue proteine assomigliano troppo a quelle cerebellari. Continuare a consumarlo in caso di sensibilità significa “offrire” al sistema immunitario altre occasioni per sbagliare bersaglio.

La buona notizia è che conoscere questi meccanismi ti dà il potere di cambiare. Eliminare il glutine, lavorare sul sistema immunitario, sostenere l’intestino e il fegato: sono passi concreti che proteggono non solo la tiroide, ma anche il cervello.

Ricorda, il cervelletto è il tuo equilibrio, il tuo movimento, ma anche la tua chiarezza mentale. Proteggerlo significa proteggere la tua libertà di vivere con stabilità, lucidità e benessere.

XO - Patrizia Coffaro

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