28/08/2026
AMORE E CORTEGGIAMENTO
Penso che ora sia abbastanza facile: recuperi il suo numero di cellulare, le mandi un whatsapp interlocutorio del tipo “Ciao, posso accompagnarti a casa dopo la scuola?” In base alla risposta, o in assenza di riposta, sai come muoverti; è un po’ come stare in guerra al sicuro di una trincea da dove spari ogni tanto qualche colpo senza il pericolo di venir colpito.
Per noi boomer il corteggiamento era invece un’arte in cui nessuno nasceva “imparato”, ma da apprendere a suon di sperimentazioni e conseguenti cicatrici da portare come medaglie; dovevamo uscire allo scoperto, attaccare come arditi con il coltello tra i denti e affrontare il pericolo di ve**re falciati da una mitragliata di due di picche in mondovisione.
Difficilmente la potevi isolare dal gruppo di amiche con le quali si accompagnava, per cui l’approccio per invitarla ad una festa, o proporle un giro in Vespa, doveva essere fatto di fronte ad un plotone d’esecuzione femminile che non vedeva l’ora di fucilarti raccontando in giro il “No” con cui eri stato fulminato Urbi et Orbi.
Ma non bastava certo il primo “No” a fermarci perché tanto era scontato - mica poteva correre il rischio di farsi una reputazione di ragazza facile - e poi, bene o male, ti eri conquistato una manciata di secondi della sua attenzione dimostrandole che per quei pochi attimi a incrociare il suo sguardo eri disposto a subire il ludibrio sulla pubblica piazza.
La mossa successiva era la telefonata a casa, mica c’erano i cellulari, alla quale difficilmente avrebbe risposto lei; dovevi prepararti ad affrontare il padre o la madre presentandoti con educazione, chiedere di lei con tono gentile ma senza strafare e incassare il secondo due di picche: “Adesso non può, sta studiando e comunque non chiamare più!” tu tu tu tu…
Poi dovevi vedertela con rivali arrivati da un altro pianeta che, agli occhi delle nostre coetanee, erano diventati l’icona del vero maschio anni ‘80: Simon Le Bon e Tony Hadley, frontman dei Duran Duran e Spandau Ballet che avevano imposto un certo tipo di moda futurista, con le loro giacche imbottite sulle spalle tanto da sembrare dei super eroi in arrivo da Marte; noi, invece, si svernava in simil-piumini riempiti di poliestere, stretti sulle spalle, larghi sui fianchi e noi magri magri dentro che sembravamo il batacchio di una campana. Chi non poteva permettersi il look in technicolor di Simon, la maggior parte di noi, la buttava allora sul Kurt Cobain ante litteram, e sì, perché i Nirvana dovevano ancora arrivare, atteggiandosi da introverso con una smorfia di tristezza che piegava un angolo della bocca; i capelli cadevano sulle spalle, trasandati ma puliti, ripassati in inverno con un velo di crema Nivea per tenerli dritti e lucenti senza il crostone del gel, mentre d’estate si risciacquavano con birra Dreher e poi acqua per delle meches fai da te. Era però una tattica che non pagava: ci si poteva improvvisare dannato, ma bello come lo sarebbe stato Kurt nessuno lo era.
Per cui partiva un altro assalto, mostrando il petto alle figure di palta che ci attendevano appena mettevamo il naso fuori dalla trincea; ci si presentava allora con un piccolo regalo, magari una compilation di pezzi in cassetta, scrupolosamente scelti dopo aver indagato sui suoi gusti musicali.
Era insomma una partita a scacchi dove ogni mossa era il risultato di una strategia che ne prevedeva almeno altre 5-6 a seguire; e alla fine arrivava chi, incurante delle regole della scacchiera, muoveva anche i pedoni con la stessa libertà della regina e le dava “scacco matto” in due mosse e noi lì a guardarla, con l’alfiere in mano pronto a fare la diagonale, mentre se ne andava con lui mano nella mano.
Non avevamo capito nulla perché la nostra concezione della donna era di stampo dantesco, come una Beatrice da contemplare ma non toccare; eppure sapevamo che Dante con Beatrice non ci aveva battuto chiodo, neppure dopo averle regalato la Divina Commedia, altro che compilation in musicassetta.
A 16 anni avevamo così messo in archivio almeno una dozzina di storie d’amore, quelle che ci eravamo costruiti nel nostro immaginario, ma delle quali le protagoniste non erano state informate.
Ci vollero anni e pacchi di due di picche perché capissimo che, a differenza della matematica, invertendo i fattori il risultato cambia: le “Beatrici” volevano essere tirate giù dal piedistallo per essere prima amate e poi corteggiate per tutti i giorni a ve**re.
Il Marchese del Bitter