12/09/2026
A casa dei miei nonni, a Melfi, c’erano 4 balconi, e ognuno suscitava la mia attenzione di bambina sensibile alla conformazione degli spazi.
I primi due percepibili, perchè di fatto sulla strada, sono balconi gemelli, i più “istituzionali” diciamo, belli simmetrici a destra e a sinistra del portone d’ingresso della casa, con le balaustre lavorate e così pieni di piante bellissime e d’estate fiorite che quando passava la banda, il giorno della festa dell’Assunzione, noi piccole, mamma e nonna e zia, anche se i balconi erano due, quasi non riuscivamo a starci.
Poi c’era un terzo terrazzo misteriosissimo per me, che partiva dal salone, ed era largo e abbastanza profondo, un rettangolo ma non troppo allungato, che finiva su un muro. Nel senso che qual balcone era “passante” (senza di fatto passare, ovvero senza collegare) su un vicolo. Avresti potuto affacciarti a destra e sinistra e vedere le persone che ci passavano sotto, da una parte all’altra, nel vicolo, ma questo era impossibile perchè i suoi parapetti in muratura, alti, e la grande presenza, qui oserei dire ancora di più, di piante lussureggianti, lo rendeva impossibile, e aggiunto a questo la sua profondità inusuale dovuta al fatto che non fosse uno sbalzo sospeso nell’aria ma un ponte agganciato a due muri a tutti gli effetti, lo rendevano ai miei occhi denso come un Giardino Segreto.
In ultimo c’è il quarto terrazzo sul retro, ferocemente esposto a sud, che collega visivamente i due punti più importanti della città di Melfi, ovvero il campanile della cattedrale e il Castello di Federico II: un terrazzo lunghissimo ai nostri occhi di bambine e più magico dei quattro ai miei, perchè, essendo la casa composta da due precedenti unità immobiliari separate all’interno, in un punto, da un pianerottolo, e unite solo da una stanza e non da un disimpegno, questo era di fatto l’unico collegamento che bypassava velocemente l’intera grande casa e che ci permetteva di sgattaiolare furtivamente dalla nostra camera alla sala da pranzo, facendo capolino dal di fuori nella camera dei nostri giovani zii.
Ci permetteva di giocare a nascondino o di sgusciare fuori dal nostro letto di giorno alla controra, quando invece avremmo dovuto dormire, da piccole, o di uscire nelle notti di plenilunio da adolescenti col nostro libro di Fogazzaro o di Eco in mano dopo aver passato l’intera giornata a negarci al resto del mondo in un rifiuto del Meridione tutto adolescenziale quando già le nostre amiche erano in vacanza “da sole” mentre noi dovevamo stare ancora a ruota di mamma e papà.
Su questo terrazzo, che era anche quello “di servizio”, venivano stesi e ripresi e piegati panni a cicli continui (ricordo lenzuola, e tovaglie enormi) e soprattutto, qui, veniva coltivato il basilico.
Le piante “da parata” erano sostanzialmente ovunque tranne che qui, e il basilico non era da nessuna parte e qui invece regnava. Regnava in enormi vasi di coccio addossati alle pareti di intonaco, resistendo al sole che schiaffeggiava l’intera facciata praticamente tutto il giorno, e crescendo con le sue grandi foglie verdi e lucide.
Quello è il basilico della mia vita, quello che mi impedisce di capire fino in fondo la finezza e bellezza delle foglioline liguri, quello che profumava vigorosamente quando ci passavo coi polpacci nudi accanto anche solo ad averlo sfiorato, e quello a cui ho pensato la prima volta che ho letto la storia di Elisabetta da Messina nel Decamerone di Boccaccio.
Su questo terrazzo, che era anche quello “di servizio”, venivano stesi e ripresi e piegati panni a cicli continui (ricordo lenzuola, e tovaglie enormi) e soprattutto, qui, veniva coltivato il basilico.
Le piante “da parata” erano sostanzialmente ovunque tranne che qui, e il basilico non era da nessuna parte e qui invece regnava. Regnava in enormi vasi di coccio addossati alle pareti di intonaco, resistendo al sole che schiaffeggiava l’intera facciata praticamente tutto il giorno, e crescendo con le sue grandi foglie verdi e lucide.
Quello è il basilico della mia vita, quello che mi impedisce di capire fino in fondo la finezza e bellezza delle foglioline liguri, quello che profumava vigorosamente quando ci passavo coi polpacci nudi accanto anche solo ad averlo sfiorato, e quello a cui ho pensato la prima volta che ho letto la storia di Elisabetta da Messina nel Decamerone di Boccaccio.
Forse è per questo mio immaginario di basilico che contiene l’intera estate che verso la fine di agosto comincio ad agitarmi, a guardare le mie piantine cercando di capire quale sia il momento oltre il quale non andare per non sprecarlo all’avvicinarsi dell’autunno, e farci un bel pesto e magari qualcos’altro 😜
La pasta al pesto è sempre una bella idea, ma per chi se lo fosse perso pure il Pull Apart Bread con formaggio e pesto al basilico di qualche giorno fa può essere una buona idea.
La ricetta la trovate qui: https://rossellavenezia.com/2026/08/pull-apart-bread-al-basilico-con-formaggio-e-pesto.html
Il terrazzo “dei panni e del basilico”, il lungo corridoio esterno della casa dei miei nonni, è nell’ultima foto del carosello.
E quelle, siamo io e la mia bellissima mamma