17/01/2026
'O cippo e s'antantuono. Il fuoco primordiale.
Voglio farvi un ragionamento e spero lo comprendiate.
Premessa.
È chiaro, che così non si fa, che non va bene, che non si può giustificare nulla e che il teppismo non è mai una via. Non è lasciar correre ma provare a pensare di salvare il rito, eliminando il teppismo.
Vi chiedo di fare uno sforzo e seguirmi in un ragionamento che rimane tra noi napoletani, non lo possiamo spiegare a chi non vive in mezzo a noi. Svestiamo per un attimo la morale, il civilismo, la regola. Fate lo sforzo di buttare il cuore oltre l’ostacolo e seguitemi nella storia. Nel racconto.
Il cippo, il fucarazzo, in questo periodo dell’anno è un rito pagano che si perde nella notte dei tempi. È radice antichissima, più antica del cristianesimo e del calendario che usiamo. Esiste in forme analoghe presso popoli lontanissimi tra loro. Nei testi antichi il fuoco d’inverno è purificazione, protezione, rinnovamento, ma soprattutto è passaggio.
E notate una cosa che pochi colgono: non sono gli adulti a farlo. Sono sempre i ragazzi. Perché? Perché il cippo è un rito di passaggio: non è un gioco, è un modo in cui i giovanissimi testano se stessi, il quartiere, il gruppo, la paura, il rischio. È una forma di iniziazione urbana travestita da “marachella”. Raccogliere legna, difenderla, organizzarsi, accendere il fuoco: sono azioni primitive che servono a trasformare un “io” in un “noi”.
È archetipo sociale: sfida, rischio, territorio, competizione, forza fisica, gerarchie temporanee. I ragazzi si misurano tra loro, contro altri quartieri, ma anche contro la notte, contro il freddo, contro l’ordine degli adulti.
È così in tutto il mondo da millenni. Oggi nelle periferie di Buenos Aires lo fanno con la murga, a Marsiglia con la boxe, a Istanbul con le corse. A Napoli col fuoco.
I ragazzini per giorni e settimane cercano legna, alberi secchi, mobili abbandonati. Non è solo raccolta: è caccia. È conquista del territorio. È prova. Poi arriva la notte. E il fuoco sale, alto, grosso, che punta alle stelle. Quel fuoco è una traccia: un segnale che il popolo è ancora vivo. Che esistiamo ancora. Che i più giovani, soprattutto nelle classi popolari, non hanno perso l’antico richiamo ancestrale.
Guardateli come danzano attorno al fuoco, come gridano, come ridono. Perché festeggiano? Perché anche oggi, ancora oggi, quel patto antico non è stato spezzato. Quel rito di tremila anni non è morto. È vivo. Inutile, disordinato, selvatico — ma vivo. Ed è la vitalità ciò che i popoli non possono perdere.
Ora provate a immaginare se questa energia, oggi lasciata al banditismo, diventasse un evento. Non repressione, ma trasformazione. Ogni quartiere un cippo controllato da un presidio dei vigili del fuoco, un’ambulanza, un perimetro sicuro. I ragazzi che raccolgono gli alberelli, ma con la città che partecipa e non che si spaventa. La gente che li lascia nei punti giusti, così che rimanga la caccia, il brivido, la prova, ma senza la distruzione.
Provate a immaginare che questa usanza non venga schiacciata, ma nobilitata. Firenze da cinque secoli organizza il calcio storico: ventidue contro ventidue che si picchiano a sangue per correre dietro un pallone, e oggi è patrimonio culturale e attrattore antropologico e turistico della città. In mezza Europa i fuochi di gennaio sono festa, rito e attrattore, richiamo di curiosi.
Perché non Napoli? Perché non trasformare questa identità viscerale, primordiale e popolare in una visione? Perché non prendere ciò che oggi appare assurdo e pericoloso, e elevarlo a simbolo di continuità, di rinnovamento e di comunità? Bruciare il vecchio, fare spazio al nuovo, custodire il rito, non farlo morire.
Per me politica è questo: mediare tra le realtà, dare forma all’energia, tradurre l’istinto in comunità. La tradizione non si salva vietando: si salva trasformando.
Forza Napoli sempre.
Gigi Lista