Il profumo, il gusto, la storia dello Zafferano di Spoleto si inserisce a pieno titolo dentro la tradizione italiana dedita a questa rilevante e preziosa coltura. L'origine della coltivazione dello zafferano in Italia non è stata ancora accertata, in Umbria è documentata a partire dal XIII secolo. La sua diffusione nel territorio regionale è testimoniata da numerosi statuti comunali che, a partire
dalla seconda metà del XIV secolo, recano norme a tutela della coltivazione e del commercio dello zafferano, ad attestazione dell'importanza economica assunta dalla sua coltivazione, alla quale fu interessata anche larga parte del territorio di Spoleto, tra i secoli XIII e XVII, e vasta e copiosa fu la produzione di zafferano. L'abbondanza del prodotto, il fiorente commercio di cui fu oggetto, facevano sì che i preziosi bulbi fossero lasciati in eredità e lo zafferano usato persino come moneta. Il comune di Spoleto ne faceva dono alle personalità delle quali gli spoletini volevano ingraziarsi i favori. Il vescovo di Worcester, inviato da Pio III per ingraziare Spoleto alla sua politica, fu ben trattato e regalato di zafferano e tartufi. Papa Giulio II, in visita alla città, ricevette in dono una quantità tale di zafferano da fargli esclamare "hoc faecisti munus papale". Eugenio IV se ne fece regalare gran copia quando la città fu occupata dalle truppe del Piccinino. La coltivazione estensiva, soprattutto nella fascia tra Trevi e Spoleto e da Spoleto a Giano, nonché nella montagna spoletina, nel periodo tra il '3OO ed il '5OO, faceva dello zafferano, insieme alle mandorle ed ai tartufi, il nerbo dell'economia del territorio. Tale doveva essere la vastità del terreno coltivato se il letterato spoletino, Pierfrancesco Giustolo, paragonò, nel suo poemetto "De Croci Culto", il colore dei campi della sua Bazzano (all’epoca castello soggetto a Spoleto) nel periodo della fioritura dello zafferano, nel mese di ottobre, a quello del mare in tempesta, scrivendo nel 1499:
De Croci Cultu:
(...)anco s'abbella
del vago fior quell'amoroso tratto,
che di Spoleto va dalle turrite
mura alle fonti e all'onda
di mare irato nel color rassembra (…)
Così ancora ci documenta Renato Lefevre in “Spoletini in colonna a Roma sulla fine del '500” (Spoletium n.21 dic.1976, pag. 51-53): “Meritevole di particolare attenzione è però il mestiere di “zafaranari” denunciato dalla famiglia di mastro Possidonio o “Pesedonio dalle Grote” e dai suoi pigionanti a mese(...). Particolarmente interessante è inoltre un capitolo del Registro delle Gabelle del Comune di Spoleto, per il 1461, relativo alla Gabella zaffaraminis. Si spiega quindi benissimo la presenza a Roma di spoletini addetti al commercio di questa spezia o droga che dir si voglia...”
E' infatti presso il nostro Archivio di Stato che sono conservati centinaia di documenti, (circa cinquecento) che testimoniano la fiorente coltivazione ed il commercio dello Zafferano di Spoleto, coltivazione che si perde misteriosamente dopo il XVII sec. Nel seicento, progressivamente, la coltura si p***e e solo recentemente ha trovato nuova vita, dal 2003, nella parte più indicativa del territorio spoletino, grazie ad un progetto della Comunità Montana dei Monti Martani e del Serano, favorito dal Comune di Spoleto, con il preciso intento di riscoprire antichi sapori e di reinserire a pieno titolo, nel paniere delle tipicità umbre, un prodotto che ha contrassegnato e valorizzato per lungo tempo l'economia di un territorio. Un doveroso sentimento di identità storica e di amore per le nostre tradizioni anima oggi i 30 soci dell'Associazione Produttori Zafferano di Spoleto.