13/08/2025
90 anni dal crollo della diga, il nonno Eugenio non può più iniziare a raccontarne la storia, ma noi sì: oggi come allora!
13 AGOSTO 2024 - 89 ANNI DAL CROLLO DELLA DIGA DI MOLARE.
“Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo.
Perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi." Umberto Eco
Ho avuto la fortuna di crescere con i miei nonni e di poter sentir raccontare da loro tante vicende passate. La storia del crollo della Diga di Molare l’ho ascoltata molte volte; oggi mio nonno non può più raccontarla, ma se chiudo gli occhi, lo sento ancora.
Così, chiedo un’ultima volta: “Nonno, mi racconti la storia della diga?”, non è necessario specificare l’episodio del disastro, è sempre inconsapevolmente associato. La sua espressione si fa più greve, le folte sopracciglia si inarcano andando a formare profonde rughe sulla fronte e i suoi occhi luccicano. Avere la possibilità di trasmettere i ricordi di questa tragedia, scatena sempre l’emozione e la responsabilità di poter raccontare anche per chi ormai non c’è più.
“All’alba del 13 Agosto 1935 la pioggia iniziò a ba***re incessante sulle tegole. In poche ore l’acqua colmò il lago di Ortiglieto. I guardiani della Diga sul Bric Zerbino si accorsero del pericolo imminente e iniziarono a segnalare con urla e con un ombrello nero alla mia famiglia di mettersi in salvo. Mio papà notò i gesti, entrò in casa e avvisò mia mamma. Uscirono velocemente con me, avvolto in un lenzuolo, per dirigersi verso un luogo più in alto e sicuro. In preda alla preoccupazione e alla fretta, non presero nulla da portare con loro. A metà della salita mio papà avrebbe voluto indietreggiare per poter almeno aprire le porte della stalla per “mollare le bestie”. Nel frattempo mia mamma, con il fango fino alle ginocchia e gli zoccoli che scivolavano, non riusciva più a salire lungo la riva, chiese così a mio papà di prendermi in braccio, perché sfinita. Proprio in quel momento la diga cedette, l’ondata travolse la nostra casa completamente, non rimase nulla. Era primo pomeriggio. In un certo senso, ho salvato mio padre, fosse tornato indietro l’acqua l’avrebbe travolto. Da quel momento fui chiamato in famiglia e dagli amici “Mosè salvato dalla acque”.
Anche mia nonna e i miei zii riuscirono a fuggire con noi, andammo verso la “Cascina Polon” di Pino, sotto la località Puvie, tuttavia ci divideva dalla casa un rian ripido e colmo di acqua e fango. Mio papà raccontava di aver preso la rincorsa, respirato profondamente e di aver fatto un lungo salto per poterlo attraversare. Una volta arrivato dall’altra parte, corse verso la cascina per prendere una scala di legno e permetterci di attraversare, lentamente e uno alla volta, il vuoto. Arrivati alla Cascina Polon ci riparammo in casa, attendendo il cessare della pioggia, consapevoli dell’immane disastro che stava dilagando lungo tutta la valle.
Mio nonno Bernardo, di professione cantoniere, quella mattina invece si era recato a San Pietro D’Orba per sistemare i canali di scolo della strada. Quando tornò indietro trovò davanti a lui il disastro, vide la nostra casa spazzata via. Preso dalla disperazione e pensando che fossimo stati tutti travolti, pensò di buttarsi lui stesso. Fortunatamente, un uomo lo fermò e lo fece rinsavire, dicendogli che aveva visto delle persone su da Sella Zerbino che fuggivano. Così, mio nonno venne a cercarci alla Cascina Polon colmo di speranze.
Purtroppo, nell’ostello gestito dalla mia famiglia, vi erano due uomini che si fermarono da noi a causa della pioggia. Erano padre e figlio venuti da Bandita diretti verso la località Marciazza con due corbe di lienga (ceste d’uva lugliatica). Rimasero in casa pronti a pranzare con un bel piatto caldo di minestra preparato da mia nonna, fiduciosi nella tenuta della diga costruita dagli uomini. L’acqua li travolse senza indugio, mio papà raccontava che neanche i colombi riuscirono a volare via e salvarsi.
Rimanemmo ospiti di Pino per poco, poi ci trasferimmo alla Cascina Saccone (Saccun) da Mattlin, fino a quando il comune ci diede la casa del custode della diga.
Passai qui tutta la mia infanzia, insieme a mio fratello Marco e mia sorella Maria. Ho dei bellissimi ricordi, giocavamo vicino al fiume, pescavamo, ci arrampicavamo. Mio papà teneva i salami appesi nella torretta della diga e noi andavamo a prenderli di nascosto per fare merenda.
Posso dire di aver avuto una vita fortunata, a partire dai miei cinque mesi, ma questa storia rimarrà sempre nella mia memoria e, forse, anche in quella di chi l’ha ascoltata almeno una volta”.
Mio nonno si chiamava Eugenio Cavanna, è nato l’11 Marzo 1935 a Rossiglione, presso la Cascina Castelloncello (Castellunzè) in località Garrone. Quando crollò la diga di Molare, il 13 Agosto 1935, aveva appena cinque mesi; ma quella giornata la raccontava perfettamente, ricordando tutti i particolari che i suoi genitori gli hanno narrato nel tempo. La sua casa era situata a valle della Diga Secondaria di Sella Zerbino. La famiglia all’epoca era composta dai suoi genitori, Cavanna Antonio e Barisone Giuseppina, dai suoi nonni Cavanna Bernardo e Pastorino Maria, dai suoi due zii Matteo e Domenico Cavanna e dalla sorella putativa di questi, Emma. Essi gestivano un ostello dove i viandanti e i lavoratori della diga potevano soggiornare.