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«Buono e giusto», il cibo laboratorio dell’utopiaLuciana CastellinaIl ricordo «Sono bravi ragazzi, peccato che siano com...
23/05/2026

«Buono e giusto», il cibo laboratorio dell’utopia
Luciana Castellina
Il ricordo
«Sono bravi ragazzi, peccato che siano comunisti». Così dicevano nelle allora ancora bianchissime Langhe piemontesi i contadini, ormai più di mezzo secolo fa, di Carlin Petrini e dei suoi compagni del Pdup di Bra
il manifesto
Carlo Petrini GettyImages

«Sono bravi ragazzi, peccato che siano comunisti». Così dicevano nelle allora ancora bianchissime Langhe piemontesi i contadini, quando, ormai più di mezzo secolo fa , di Carlin Petrini e dei suoi compagni del Pdup di Bra.

Carlin Petrini, che nella tarda serata di giovedì ci ha lasciato, e i suoi compagni del Pdup di Bra – dove lui fu nostro consigliere comunale con un successo elettorale senza precedenti (15%) – iniziarono ad occuparsi di cibo in un modo in cui ancora nessuno lo aveva fatto.

Avevano cominciato quasi per gioco andando nelle feste in giro per i cascinali, dove suonavano la chitarra o la fisarmonica per far festa con chi ci abitava e restituiva il piacere dell’incontro con vino e torte. Tradizionì antiche, chiamate “andar per l’aìa” e “cantar le uova”. Un ritorno a vecchie consuetudini che però fu in Italia l’occasione per scoprire un grande ignorato problema: il cibo. Non solo come piacere (anche) ma tale solo se «buono e giusto». E, fu giustamente aggiunto in seguito, «sociale», cioè per tutti . E, sopratutto, fu chiarito meglio che quel “slow” attaccato al ”food”, non era un consiglio a cucinare lentamente, ma l’indicazione, con poche parole, del nemico: il fast food.

OGGI CHE LA GIUSTIZIA anche alimentare viene sempre meno rispettata per via della pericolosa deriva presa dall’agricoltura quando divenne schiava dell’industria, questa consapevolezza è fondamentale. È infatti in questo orizzonte che ci capimmo, noi del Manifesto e chi successivamente si inventò Slow Food. Insieme peraltro mantenemmo un prolungato e stretto rapporto attraverso l’Arci in cui Slow Food è nata e cui è tutt’ora confederata, con il nome (per la verità un po’ limitativo) di Arci-Gola, a sua volta madre del Gambero rosso, inserto del nostro giornale, diretto da Stefano Bonilli, nostro corrispondente da Bologna. Insomma, penso che i ben più giovani della redazione e dei lettori condivideranno il nostro dolore per la morte di Carlin, ma saranno anche fieri di avere avuto tanti insospettati buoni nonni. E forse scoprono solo adesso che fra i primi firmatari, nel 1988, del documento istitutivo di Slow Food c’è anche Valentino Parlato.

Mi perdo a raccontare tutte queste cose ma dovete capire, per non piangere Carlin una come me ha un solo rimedio: ripercorrere i tempi passati assieme, per me assai più lunghi che per gli altri, perché, oltre all’età, per un tacito e non giustificato privilegio ho goduto del quasi monopolio di “coprire” le iniziative della provincia di Cuneo, quali che fossero gli argomenti all’odg. Anche quelle che discutevano di Mirafiori, al cui cancello n 2, in quanto inviata del manifesto per il sindacale, ho trascorso le migliori giornate della mia vita. Una zona in cui trovavo anche uno simile ai miei compagni della Fiat Torinese, Silvio Barbero, allora segretario della Fiom di Bra, poi, gelosamente innestato su Slow Food in quanto diventato già da molti anni vicepresidente del suo gioiello, e dunque mio collega nel suo Consiglio di amministrazione: l’Università di scienze gastronomiche, la prima del mondo, collocata nella principesca azienda agricola a Pollenzo di proprietà di Re Carlo Alberto di Savoia, nel ’48 costretto ad abbandonarla quando fu mandato in esilio.

QUANTE COSE è riuscito a fare Carlin! prima di tutto un bel gruppo di collaboratori impegnati nei settori di intervento che si sono via via moltiplicati per collocarsi in ogni parte del mondo – basta vedere i puntini colorati delle installazioni Slow Food in Africa, in Asia, in America latina. Ovunque non richiami simbolici ma anche lì laboratori di nuovi progetti ispirati alla filosofia, e alla pratica Slow.

Del resto quando penso a quanto è riuscito a fare Carlin, penso certo anche ai premi che ha ricevuto – dall’Onu innanzitutto – ma soprattutto alla partecipazione alla grande torinese biennale Terra Madre, dove, nel 2004, approdarono già la prima volta 5.000 delegati dai continenti più lontani. Arrivarono – ospitati da altrettanti volenterosi cittadini torinesi – nessuno che aveva mai visto prima l’acqua corrente. Non sarà facile, diciamo la verità: probabilmente non sarà possibile, avere un leader paragonabile a Carlin che è stato un uomo eccezionale. Ma vorrei che tutti ci impegnassimo a tener fede alla schiettezza con cui lanciava le sue parole d’ordine senza farsi spaventare dalle reazioni paurose di quelli a cui ti rivolgi A cominciare col dire anche noi che non sarà consumando di più che cresce un Pil che ci farà vivere meglio, ma proprio il contrario.

VORREI SOPRATTUTTO che ci impegnassimo tutti davvero a spiegare che il mestiere del contadino è diventato il mestiere più moderno del modo, perché è quello che può renderci possibile vincere il rischio più grave che corriamo. Dobbiamo tutti a Carlin l’impegno a fare quanto lui voleva che Slow Food facesse: convincere i nipoti di bisnonni arrivati al nord negli anni 60/70 abbandonando il loro pezzetto di terra nel Molise, affamati di modernità, che fare i rider alla periferia delle grandi città come ormai fanno tanti di loro non è né meglio né più moderno. Naturalmente con il sostegno della collettività secondo le indicazioni di Famiano Crucianelli, competente di agricoltura nella nostra task force, che ha dato per titolo al suo libretto Salario di contadinanza, un nome che è già divenuto uno slogan in molti comuni agricoli.

Negli ultimi anni, Carlin, mi hai parlato tanto spesso della tua amicizia con papa Francesco. Di cui tenevi le tante lettere che vi siete scambiate attaccate alla parete di casa. Ogni volta mi raccontavi qualcosa di lui. O della cuoca specialista in cucina povera pescata in una favelas brasiliana, ottima per insegnare alle cucine vaticane come mangiar più giusto. E, ancora, di quando gli raccontasti che la tua mamma, credente, diversamente da te, poco prima delle elezioni del ’48, era andata a confessarsi e il sacerdote le aveva chiesto: «Per chi voterà?». E lei: «Per il Pci»; risposta: «Ma allora non posso darle l’assoluzione». E lei subito ribatte: «E allora se la tenga». Sull’episodio pare che Francesco abbia molto riso.

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