27/01/2022
Una declinazione del mito del dialogo a tutti i costi è il parlare ai bambini come se fossero capaci di comprendere come degli adulti.
Un figlio di 3 anni non può capire le ragioni per cui al supermercato i genitori non acquistano un dolce che lui desidera tanto. Mi capita di assistere a conversazioni di questo tenore: “Non te lo comperiamo perché dentro ci sono coloranti e conservanti, i tuoi genitori sono contro lo spreco e non abbiamo bisogno di altre merendine in casa. Stiamo cercando di educarti nel modo migliore, e ricordati che in questo momento l’Italia è in recessione”. Immaginatevi che cosa può comprendere di tutto questo discorso un bambino.
La domanda giusta quindi non è come devo spiegare le cose ma come devo organizzarmi per fare in modo che lui capisca?
Se vogliamo che il piccolo si vesta da solo e che vada a scuola dopo aver fatto una buona colazione, prepariamo insieme a lui i vestiti da mettere sulla sedia la sera prima, apparecchiamo insieme il tavolo con delle belle tovagliette, in sostanza lasciamo delle tracce concrete che possano raggiungerlo sul piano sensoriale, non sul piano “mentale”.
Almeno fino ai nove anni i bambini sono dentro all’infanzia in senso profondo, credono a Babbo Natale e sono immersi nel pensiero magico: se vogliono ottenere dei risultati, i genitori devono comunicare con loro con comunicazioni semplici ed educative, non psicologiche.
Un esempio? «Fuori piove, mettiamo gli stivaletti». Cinque parole e gli stivaletti e l’ombrellino pronti davanti alla porta.
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Contributo di Daniele Novara estratto dall'articolo di Zelia Pastore "7 bugie che sono state dette ai genitori: sfatiamole", pubblicato su NostroFiglio.