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Lo chiamano topo. Lo cacciano dalle soffitte, lo intrappolano nei noccioleti, lo ammazzano negli orti.Ma senza di lui le...
24/06/2026

Lo chiamano topo. Lo cacciano dalle soffitte, lo intrappolano nei noccioleti, lo ammazzano negli orti.

Ma senza di lui le faggete dell'Appennino smettono di nascere.

Il ghiro non è un roditore qualunque. È un Glis glis — famiglia Gliridae, completamente diversa dai topi domestici e dai ratti. Coda pelosa, occhi enormi, vita quasi interamente sugli alberi. Non scava gallerie nei campi. Non entra in casa per rubare il cibo. È un animale di bosco, e nei boschi fa un lavoro preciso.

Ogni autunno, nelle faggete tra i 600 e i 1.400 metri dell'Appennino — dall'Emilia-Romagna all'Abruzzo — accumula riserve di cibo prima del letargo invernale. Faggiole, ghiande di cerro e roverella, castagne, nocciole. Le trasporta, le nasconde in decine di punti diversi: cavità negli alberi, lettiera, anfratti sotto i tronchi caduti.

E poi dimentica. Non tutte, ma una parte.

Quei semi dimenticati germogliano lontano dalla pianta madre, dove la mortalità è più bassa e la luce è diversa. In zone aperte da un albero caduto, ai bordi dei sentieri, nelle radure. Esattamente dove il bosco ha bisogno di ricrescere. Il faggio, la quercia, il castagno e il nocciolo hanno semi pesanti — non li porta il vento. Senza un dispersore come il ghiro, restano sotto la chioma, dove la competizione è massima e quasi nessuno sopravvive.

I ricercatori chiamano questo meccanismo dispersione per accumulo, o scatter hoarding. In italiano non esiste nemmeno un termine corrente, perché è una cosa che non siamo abituati a vedere.

La Legge 157 dell'11 febbraio 1992 lo ha inserito tra le specie di fauna selvatica protetta: vietati uccisione, cattura, detenzione, distruzione di tane. Trent'anni fa. Eppure la Regione Emilia-Romagna e l'ISPRA documentano ancora casi di trappole, abbattimenti illegali, persecuzione nei castagneti e nei sottotetti rurali. Il motivo è sempre lo stesso: sembra un topo grande, e i topi si eliminano.

In realtà il ghiro nei sottotetti fa rumore di notte. Nei castagneti mangia una parte del raccolto. Questi sono fatti reali, non inventati. Ma le soluzioni ci sono — reti, protezioni fisiche, sistemi di esclusione — e non prevedono di uccidere una specie che, nel bosco, fa girare un ingranaggio che noi non riusciamo a replicare.

Trent'anni di tutela legale. E ancora lo chiamano topo.

In breve:
Il ghiro è protetto per legge dal 1992 ma viene ancora perseguitato illegalmente
Ogni autunno nasconde centinaia di semi nelle faggete appenniniche — quelli dimenticati diventano alberi
Non è un topo: è un dispersore di semi essenziale per la rigenerazione di faggio, quercia e castagno

24/06/2026
✨ Una notte speciale attende la Torre Grimaldina, che si trasforma in un punto d’osservazione privilegiato tra storia e ...
23/06/2026

✨ Una notte speciale attende la Torre Grimaldina, che si trasforma in un punto d’osservazione privilegiato tra storia e stelle.

In collaborazione con l’Osservatorio Astronomico del Righi a Genova, vi invitiamo a vivere un’esperienza unica: il cielo sopra la città, raccontato e osservato attraverso gli occhi degli esperti, dalla suggestiva cornice della torre.

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🍸 Apericena + osservazione astronomica + visita alla torre
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Lasciati guidare oltre il cielo della città… la Grimaldina ti aspetta. ✨

23/06/2026

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Il pensiero della sera!
23/06/2026

Il pensiero della sera!

Il 29 agosto 1954, a San Fruttuoso di Camogli, un Cristo di bronzo scese sul fondo della baia, a circa 17 metri d’acqua,...
23/06/2026

Il 29 agosto 1954, a San Fruttuoso di Camogli, un Cristo di bronzo scese sul fondo della baia, a circa 17 metri d’acqua, con le braccia alzate verso la superficie.

Sembra una frase semplice.

Ma proviamo a immaginarla senza le foto, senza i video dei sub, senza l’abitudine turistica che poi si è formata intorno. Liguria, dopoguerra non così lontano, attrezzature subacquee che non erano quelle di adesso, una statua grande e pesante da portare giù nel punto giusto. Non era una posa da cartolina. Era un lavoro rischioso.

L’idea fu di Duilio Marcante, uno dei nomi fondamentali della subacquea italiana. Dietro c’era anche una morte precisa: quella di Dario Gonzatti, sub e pioniere, scomparso nel 1947 durante un’immersione nel mare di Portofino. Marcante volle un segno per lui e per tutti quelli che il mare si era preso.

Il Cristo lo scolpì Guido Galletti, genovese. Bronzo, circa due metri e mezzo, tunica lunga, barba, volto rivolto in alto. Non un Cristo inchiodato, ma un corpo che pare chiamare l’aria. Le mani aperte sembrano cercare chi passa sopra, barche, nuotatori, luce.

Poi lo misero dove quasi nessuno passa per caso.

Questa è la parte che conta. Un monumento di solito lo incontri in piazza, davanti a una chiesa, in mezzo al traffico, con i piccioni e le targhe consumate. Qui no. Qui devi scendere. Devi avere bombole, pinne, maschera, qualcuno accanto, e devi sapere che il tempo non è tuo: l’aria finisce.

Nella foto si capisce bene. Il Cristo non è lucido, non è pulito, non è “bello” nel modo facile. È coperto di incrostazioni, graffiato dal sale, colonizzato dal fondale. I pesci gli passano intorno come se fosse sempre stato lì. Il sub a sinistra sembra piccolo, quasi in visita a una casa non sua.

E in fondo è così.

La baia di San Fruttuoso ha già una forza tutta sua, con l’abbazia, le rocce, l’acqua stretta tra Camogli e Portofino. Però il Cristo degli Abissi aggiunge una cosa diversa: porta una memoria nel punto in cui non si può restare a lungo. Ti avvicini, guardi, magari fai una foto. Poi devi risalire.

Negli anni il mare fece quello che fa sempre. Consumò. Spostò. Ruppe. Le incrostazioni aumentarono, il bronzo cambiò pelle, una mano venne danneggiata, probabilmente da un’ancora. Nel 2003 la statua fu recuperata per il restauro. Non fu un addio. L’anno dopo tornò sotto, su una base sistemata meglio.

Anche questo dice qualcosa, senza bisogno di aggiungerci troppa poesia: l’avevano messa lì per durare, ma non era invincibile.

Ogni anno, nelle ricorrenze, i sub scendono ancora verso di lui. Portano corone, si fermano, lo guardano. C’è un gesto quasi strano, in tutto questo. Per ricordare i morti del mare bisogna entrare nel mare. Non basta stare sulla riva con un mazzo di fiori. Bisogna andare dove il corpo sente il peso dell’acqua e il respiro diventa rumore.

A me pare una memoria più onesta di tante lapidi.

Perché non finge che il mare sia soltanto panorama. San Fruttuoso è bellissima, certo, ma sotto c’è anche questo: una statua nata da un lutto, calata nel 1954, consumata e rimessa al suo posto. Non consola del tutto. Non deve farlo.

Sta lì, a 17 metri, con le braccia aperte verso chi passa sopra senza vederlo.

Indirizzo

Passeggiata Anita Garibaldi
Genova
16169

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