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Caldo estremo al Businco: blitz di NAS e Spresal all’Oncologico di Cagliari.La situazione all’ospedale oncologico Businc...
25/06/2026

Caldo estremo al Businco: blitz di NAS e Spresal all’Oncologico di Cagliari.

La situazione all’ospedale oncologico Businco di Cagliari è giunta a un punto di rottura. Da inizio giugno, il malfunzionamento dell’impianto di climatizzazione ha trasformato i reparti in ambienti inospitali, costringendo pazienti fragili e personale sanitario (medici, infermieri e OSS) a condizioni di lavoro e di degenza insostenibili.

Nonostante le ripetute segnalazioni e una formale denuncia inviata lo scorso 18 giugno dai dirigenti medici ai vertici dell’Arnas, nessun intervento risolutivo è stato effettuato. La situazione di emergenza ha reso necessario, nella mattinata di oggi, l’intervento congiunto dei Carabinieri del NAS e degli ispettori dello Spresal, sollecitati dai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Gli ispettori sono ora al lavoro per accertare le responsabilità e valutare lo stato dei sistemi, mentre cresce l'indignazione per un disservizio che colpisce direttamente la sicurezza e la dignità dei pazienti oncologici.

Leggi l’articolo completo e gli aggiornamenti su unionesarda.it.

Il paradosso del caldo: perché frutta e verdura costano meno? Analisi del mercato di fine giugno.In un periodo caratteri...
25/06/2026

Il paradosso del caldo: perché frutta e verdura costano meno? Analisi del mercato di fine giugno.

In un periodo caratterizzato da incertezze economiche e inflazione, le alte temperature di questa settimana offrono un dato in controtendenza che merita attenzione: il calo dei prezzi di molti prodotti ortofrutticoli.

Come riportato da Dissapore, i dati diffusi dal servizio "La Borsa della Spesa" – nato dalla collaborazione tra BMTI, Italmercati e Consumerismo No Profit – evidenziano una dinamica di mercato guidata dalla stagionalità e dalle condizioni climatiche. L'aumento delle temperature ha generato un'iperproduzione che ha spinto i prezzi all'ingrosso verso il basso: le zucchine, ad esempio, hanno registrato una flessione dell'11%, mentre i peperoni laziali hanno visto un abbattimento del prezzo notevole rispetto alle varietà siciliane di inizio mese. Anche la frutta estiva, come ciliegie e angurie, conferma questo trend ribassista.

Tuttavia, è fondamentale per il consumatore distinguere tra il prezzo all'ingrosso e quello finale al banco. I ricarichi al dettaglio – che possono oscillare tra il 150% e il 170% – dipendono da logistica, trasporti e costi gestionali. Strumenti come la newsletter de La Borsa della Spesa non servono solo a monitorare il risparmio, ma rappresentano una guida preziosa per acquistare in modo informato, rispettando il ciclo naturale dei raccolti.

Un’ultima riflessione, sollevata dall'articolo di Rossella Neri, riguarda il valore del lavoro umano: se l'abbondanza di prodotto aiuta il portafoglio, non dobbiamo dimenticare che le condizioni climatiche estreme rendono il lavoro agricolo estremamente faticoso, un fattore spesso invisibile ma essenziale dietro ogni frutto che arriva sulla nostra tavola.

Per approfondire i dettagli sui cali di prezzo e le variazioni regionali, vi invitiamo a leggere l’articolo completo su Dissapore.com.

Il sushi diventa "da passeggio": il fenomeno Pop Up Sushi tra viralità social e GDOIl panorama del food retail italiano ...
25/06/2026

Il sushi diventa "da passeggio": il fenomeno Pop Up Sushi tra viralità social e GDO

Il panorama del food retail italiano accoglie una nuova, controversa tendenza: il "pop up sushi". Importato dagli Stati Uniti — con l'apripista S**a Sushi di New York — questo formato ridefinisce completamente l'esperienza del consumo di pesce crudo, trasformandolo in un prodotto "da passeggio", confezionato in un packaging tubolare che richiama, non senza polemiche, il celebre ghiacciolo estivo.

Il fenomeno è arrivato ufficialmente anche in Italia: Lidl ha annunciato il lancio del suo Pop Up Sushi in oltre ottocento punti vendita su tutto il territorio nazionale. Al prezzo di 4,99 euro, i consumatori potranno trovare due varianti, Futomaki al salmone e California Roll alle verdure, caratterizzate da un sistema a stantuffo che distribuisce la salsa di soia direttamente sui roll.

La critica: innovazione o perdita d'identità?
Come sottolineato in un recente editoriale di Dissapore.com, l'arrivo del pop up sushi solleva interrogativi non banali sulla direzione che sta prendendo il consumo del sushi in Occidente. Se la contaminazione culturale è una costante dell'evoluzione gastronomica — che ha portato, ad esempio, alla diffusione di eccellenti pizzerie stile napoletano in tutto il mondo — il rischio, in questo caso, è la mercificazione fine a se stessa.

Il sushi, nato come ritualità e rispetto della materia prima, rischia di essere svuotato di ogni significato nel tentativo di inseguire una viralità effimera sui social media. Trasformare il pasto giapponese in un prodotto "da passeggio" non significa solo cambiare la forma, ma rinunciare a quel contorno valoriale che ha trasformato il sushi in un fenomeno culturale globale.

Mentre il mercato risponde con una logica di mass distribution, resta aperto il dibattito: l'innovazione deve semplificare il consumo o arricchire l'esperienza sensoriale? Per ora, il pop up sushi sceglie la prima strada, strizzando l'occhio a un pubblico che cerca novità instagrammabili, con buona pace della tradizione Omakase.

Fonte: Dissapore.com

Frode sulle etichette: quando il "Made in Israel" nasconde le colonie illegaliCome riportato da una recente inchiesta de...
25/06/2026

Frode sulle etichette: quando il "Made in Israel" nasconde le colonie illegali

Come riportato da una recente inchiesta de Il Fatto Alimentare basata sul rapporto "Importing Occupation" dell'ONG Global Echo, il mercato europeo è al centro di una controversa pratica commerciale che solleva gravi interrogativi etici e legali.

Analizzando oltre 30.000 documenti di esportazione, l’indagine ha dimostrato come una fetta significativa di prodotti ortofrutticoli – tra cui avocado, datteri, agrumi e pomodori – arrivi sui tavoli europei con la dicitura "Made in Israel", pur essendo coltivata nelle colonie situate nei territori palestinesi occupati.

Il meccanismo dell'inganno
Il sistema è collaudato e sfrutta le falle negli accordi commerciali UE-Israele. Poiché i prodotti provenienti dalle colonie (Cisgiordania, Gerusalemme Est, Striscia di Gaza e Alture del Golan) sono esclusi dalle esenzioni daziarie previste per il territorio israeliano, i produttori ricorrono a tre tattiche principali per eludere i controlli:

Dichiarare il luogo di produzione nei territori occupati, ma etichettare la merce come israeliana.

Utilizzare indirizzi di spedizione fittizi.

Miscelare prodotti delle colonie con quelli israeliani, rendendo difficile la tracciabilità.

L'impatto economico e politico
Tra il 2017 e il 2026, circa il 17% delle spedizioni analizzate risultava irregolare, per un valore commerciale di oltre 13 milioni di euro. Questa operazione non è solo una violazione delle norme sull'origine, ma funge da vero e proprio motore economico per l'espansione degli insediamenti stessi, accelerando l'appropriazione di terreni in Area C.

Il fallimento della vigilanza europea
Nonostante la Corte di giustizia dell'UE abbia stabilito nel 2019 l'obbligo di indicare la provenienza dalle colonie, i controlli si sono rivelati inefficaci. Mentre Paesi come Belgio, Spagna, Slovenia e Irlanda tentano di correre ai ripari con normative nazionali, la Commissione europea non ha ancora adottato una linea comune e stringente. L’inerzia delle istituzioni si scontra con l'aumento costante dei nuovi insediamenti, che nel 2025 hanno raggiunto quota 19 nuove approvazioni.

In un contesto in cui il consumatore è sempre più attento alla provenienza e all'etica della filiera, la trasparenza appare oggi più che mai sacrificata sull'altare di interessi commerciali che ignorano il contesto dei diritti umani.

Fonte: Il Fatto Alimentare

Il costo invisibile dell’olio vegetale: come le filiere globali stanno erodendo la biodiversitàLa perdita di biodiversit...
25/06/2026

Il costo invisibile dell’olio vegetale: come le filiere globali stanno erodendo la biodiversità

La perdita di biodiversità, spesso eclissata da altre emergenze ambientali, trova oggi una causa documentata nelle dinamiche dell’agricoltura industriale. Un recente studio pubblicato su Nature Food ha quantificato l’impatto diretto delle 19 principali colture oleaginose, rivelando come il mercato globale degli oli vegetali agisca da volano per la distruzione degli ecosistemi.

I dati chiave dello studio (1995-2020):

Il peso delle "Big Three": Olio di palma, di soia e di cocco sono responsabili del 75% della perdita di biodiversità causata dall'intero comparto delle oleaginose.

Trend in accelerazione: Nonostante la crescita demografica sia un fattore presente, il vero motore del disastro è l’incremento del consumo pro capite e l’espansione incontrollata delle monocolture, che hanno causato un aumento dell’80% dell’impatto sulla biodiversità negli ultimi 25 anni.

L’impronta geografica: Le aree tropicali – scrigni di biodiversità – sopportano l'80% delle conseguenze negative, per soddisfare una domanda che proviene esternamente (Cina, USA ed Europa assorbono oltre l'80% della produzione).

Il meccanismo della distruzione
Il nodo critico risiede nella delocalizzazione dell’impatto: la soia sudamericana, ad esempio, non alimenta solo il mercato interno, ma sostiene la zootecnia intensiva in Cina e in Europa. Questo legame tra consumi occidentali e deforestazione tropicale evidenzia l'inefficacia di misure protettive limitate a singoli paesi; senza una regolamentazione globale delle filiere, il sistema è in grado di riorganizzarsi rapidamente, spostando la pressione verso altre aree vulnerabili.

Conclusioni
Il rapporto sottolinea che, anche in uno scenario di stop immediato alla deforestazione, i tempi di recupero della biodiversità sarebbero estremamente lunghi. La sfida attuale richiede un intervento su tre pilastri: la promozione di pratiche agricole sostenibili (penalizzando l'intensivo), una riforma delle filiere globali e una modifica radicale delle abitudini di consumo nei mercati finali.

Fonte: Il Fatto Alimentare.

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24/06/2026

Opportunità di lavoro – DATE-Progetto Cresco! 🍽️✨

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Rovagnati punta sulla sostenibilità in TV: al centro la linea Snello "senza nitriti"Rovagnati, tra i leader nel settore ...
24/06/2026

Rovagnati punta sulla sostenibilità in TV: al centro la linea Snello "senza nitriti"

Rovagnati, tra i leader nel settore dei salumi in Italia, rafforza il proprio impegno verso un’alimentazione consapevole con una nuova campagna televisiva dedicata alla linea Snello. La comunicazione, declinata in formati da 15 e 30 secondi, pone l’accento sulla distintività della gamma: un ridotto contenuto di grassi e l’assenza totale di nitriti.

Questa innovazione, come riportato da efanews.eu, non è frutto del caso, ma il risultato di un percorso di ricerca avviato nel 2017 in collaborazione con istituzioni scientifiche. L’obiettivo dell’azienda è stato quello di mettere a punto una tecnologia alimentare capace di garantire la conservazione e la sicurezza dei prodotti eliminando i nitriti, inclusi quelli di origine vegetale.

Il progetto si inserisce all’interno del programma di sostenibilità "Rovagnati Qualità Responsabile". I dati testimoniano la portata dell'impegno: nel 2024, il 42% degli affettati realizzati dall'azienda non ha previsto l'impiego di nitriti. Un traguardo che supera i confini nazionali, estendendosi anche alle produzioni destinate ai mercati di Francia e Stati Uniti.

"Snello rappresenta per Rovagnati più di una linea di prodotti – ha dichiarato la famiglia Rovagnati – negli anni abbiamo investito in ricerca e innovazione per eliminare i nitriti dalla quasi totalità della linea, senza compromettere il sapore e la qualità che i consumatori si aspettano da noi".

Con lo slogan "Sai cosa c’è di bello?", il brand ribadisce così la propria volontà di rispondere alle nuove esigenze del mercato, puntando su processi produttivi sempre più trasparenti e innovativi.

Fonte: efanews.eu

Allerta sicurezza: Carrefour richiama il ragù di cinghiale "Terre d’Italia" per rischio frammenti di vetroA scopo precau...
24/06/2026

Allerta sicurezza: Carrefour richiama il ragù di cinghiale "Terre d’Italia" per rischio frammenti di vetro

A scopo precauzionale, Carrefour e il fornitore hanno avviato il ritiro dal mercato di un lotto specifico di ragù con carne di cinghiale a marchio "Terre d’Italia". Il provvedimento scaturisce dalla segnalazione di un consumatore che ha rinvenuto un corpo estraneo — nello specifico, un frammento di vetro — all'interno di una confezione, sollevando immediati dubbi sull'integrità del lotto.

Dettagli tecnici e identificazione del lotto
Il prodotto oggetto del richiamo è venduto in vasetti da 200 grammi. La data di scadenza (termine minimo di conservazione) coincide con il numero di lotto: 23/12/2027. Il ragù è stato prodotto per GS Spa dall'azienda Triglia Srl, nel sito produttivo situato in via Salcetti 39, a Nodica di Vecchiano (provincia di Pisa), identificato dal marchio di identificazione IT 9 1575L CE.

Indicazioni per i consumatori
L'insegna raccomanda vivamente a tutti i clienti di controllare la propria dispensa e di non consumare il prodotto corrispondente al lotto segnalato. Chiunque sia in possesso del vasetto può restituirlo presso qualsiasi punto vendita Carrefour per ottenere il rimborso o la sostituzione. Per ulteriori chiarimenti o necessità di assistenza, è possibile contattare il numero verde dedicato 800 650 650.

Il contesto
Il caso si inserisce in un quadro di monitoraggio costante della sicurezza alimentare. Si ricorda che, dall'inizio del 2026, sono stati segnalati oltre 120 richiami e ritiri, coinvolgendo un totale di 258 prodotti di diverse aziende. La collaborazione tra autorità sanitarie, grande distribuzione e consumatori rimane lo strumento principale per prevenire rischi per la salute pubblica.

Il Dipartimento della Salute della Louisiana ha avviato un'indagine in seguito a una serie di infezioni batteriche scate...
24/06/2026

Il Dipartimento della Salute della Louisiana ha avviato un'indagine in seguito a una serie di infezioni batteriche scatenate dal consumo di latte non pastorizzato.

A partire dallo scorso 23 aprile, sono stati segnalati undici casi di campilobatteriosi e criptosporidiosi tra consumatori che hanno fatto uso di latte crudo proveniente da tre diverse aziende locali, attualmente sotto monitoraggio da parte delle autorità sanitarie. Sebbene al momento non si registrino decessi, la gravità delle complicazioni ha richiesto l'ospedalizzazione di due dei pazienti coinvolti.

Un rischio normativo e sanitario
La vicenda riaccende il dibattito sulla regolamentazione dei latticini crudi. In Louisiana, la normativa vigente permette la distribuzione di tale prodotto esclusivamente per il consumo da parte di animali domestici; tuttavia, il Dipartimento della Salute ha chiarito di non avere giurisdizione sulla regolamentazione della produzione, lasciando di fatto un vuoto di controllo sui rischi per la salute umana.

La scienza dietro il rischio
Gli esperti sottolineano che il latte crudo rappresenta un veicolo ideale per batteri patogeni quali Listeria, Salmonella, E. coli e Campylobacter. La pastorizzazione rimane lo standard di riferimento per la sicurezza: il processo di riscaldamento a 72°C per 15 secondi è in grado di neutralizzare efficacemente tali minacce.

Le statistiche dell'Università del Delaware offrono una prospettiva chiara sulla portata del rischio: chi sceglie il latte crudo affronta una probabilità di ammalarsi 840 volte superiore rispetto a chi consuma prodotti pastorizzati, con un rischio di ospedalizzazione aumentato di 45 volte.

le autorità sanitarie raccomandano la massima cautela, ricordando che la sicurezza alimentare inizia da una scelta consapevole dei prodotti che portiamo sulla nostra tavola.

Grano duro e glifosato: i dati ufficiali chiudono il caso sulla sicurezza della pastaIl dibattito sulla sicurezza del gr...
24/06/2026

Grano duro e glifosato: i dati ufficiali chiudono il caso sulla sicurezza della pasta

Il dibattito sulla sicurezza del grano duro importato, alimentato periodicamente da timori legati alla presenza di glifosato, sembra non trovare riscontro nei fatti. Come riportato da Roberto La Pira su Il Fatto Alimentare, l’equazione "grano canadese = grano contaminato" appare priva di fondamento scientifico, almeno per quanto riguarda la sicurezza alimentare dei prodotti destinati ai consumatori italiani.

Le evidenze arrivano direttamente dai piani di monitoraggio del Ministero della Salute e dal programma straordinario condotto dal MASAF su migliaia di tonnellate di grano duro importato. I risultati sono univoci: il grano destinato ai pastifici italiani rispetta rigorosamente i parametri previsti dalla legge.

Sebbene in Canada le pratiche agronomiche permettano l'uso del glifosato in pre-raccolta (pratica vietata in Italia dal 2016 per scopi di trebbiatura), tale differenza normativa non si traduce in un prodotto pericoloso. Le analisi ufficiali del 2024 confermano che, su 124 campioni di grano duro analizzati, non è stata rilevata alcuna non conformità.

E' fondamentale sottolineare come la qualità della nostra pasta sia tutelata da una filiera di controlli incrociati: dalle verifiche pubbliche fino ai rigorosi audit interni che le grandi aziende italiane mettono in atto per proteggere non solo la salute dei cittadini, ma anche la reputazione del marchio Made in Italy. Il dibattito sulla concorrenza e sulle pratiche agricole internazionali resta aperto, ma è essenziale che questo si basi sui dati tecnici e non su slogan privi di riscontri analitici.

Fonte: Il Fatto Alimentare

Indirizzo

Piazza Mazzini
Lamezia Terme
88046

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