25/07/2020
Ci sono espressioni che rimangono impresse nella memoria come marchi a fuoco. Che turbano creando cortocircuiti nel fluire del linguaggio comune, che scuotono gli animi e gli investono come un' onda improvvisa. Ci sono parole il cui significato diventa inafferrabile, parole che scivolano da un senso all'altro già solo per mezzo del timbro vocale, della mimica facciale, del background culturale. Ci sono parole irrequiete, vive, sferzanti che lasciano segni e cicatrici. Ci sono parole fluide come il sangue che scorrono da una bocca all'altra, che uniscono discorsi, allacciano lingue e pensieri, ma che all' occorrenza diventano più affilate di una lama, più taglienti di un coltello in un gioco altalenante tra vita e morte, tra Eros e Thanatos. Ci sono parole morte che diventano vive non appena vengono pronunciate e parole vive che vengono scarnificate del loro significato, martoriate in una mattanza senza fine, mortificate e snervate come polpi sbattuti ripetutamente sugli scogli. Colpo su colpo in un movimento continuo, costante con gesti fermi, precisi, eroici, erotici e arcaici. Ci sono significati celati che si perdono nelle notti buie del Sud, parole timidamente sussurrate o sfacciatamente urlate come grida di pescivendoli lungo i le strade o le piazze assolate, nelle lunghe e interminabili giornate senza fine di questo stare qui al mondo, in questo mercato della vita. "Purpu" o Polpo è una di queste.