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Angela Console Ristorante/ pizzeria “Sintesi pizza e cucina autentica” Alberobello. Per prenotazioni 080 2049507. 🍕 Presenti nella guida Gambero Rosso e in 50 Top Pizza

Da quando questo albero di caco ha iniziato a riempirsi di frutti indorati, succede qualcosa di speciale.Ogni giorno c’è...
09/10/2026

Da quando questo albero di caco ha iniziato a riempirsi di frutti indorati, succede qualcosa di speciale.

Ogni giorno c’è una piccola, silenziosa “processione”. Passanti, turisti, sconosciuti che arrivano da ogni angolo del pianeta: tutti si fermano, alzano lo sguardo, scattano una foto. C’è chi si avvicina con quasi un pizzico di devozione, come di fronte a una piccola apparizione inattesa, e mi chiede con curiosità: “Ma che frutto è?”.

Oggi una persona arrivata dal Brasile mi ha raccontato come lo chiamano dalle sue parti. Tra qualche parola in un inglese improvvisato, gesti semplici e sguardi curiosi, questo albero è diventato un ponte verso il mondo. Un punto d'incontro spontaneo, fatto di sorrisi caldi che illuminano anche le giornate più piovose.

Guardando tutte queste persone così diverse unite dalla stessa meraviglia, il pensiero corre inevitabilmente alle tante guerre e alle ferite che oggi stanno destabilizzando il nostro pianeta. In un mondo frammentato da conflitti che appesantiscono i cuori di tutti, questo angolo di terra mi ricorda quanto sia semplice e fondamentale ritrovare la pace.

Se basta un albero carico di frutti d'oro a farci parlare la stessa lingua, a farci sorridere e a farci sentire fratelli per un istante, allora la speranza per un domani di pace tra i popoli risiede proprio qui: nella capacità di riscoprirci umani, uniti dalla bellezza di ciò che ci circonda. 🕊️🧡✨

Oggi è la Festa dei Nonni, una data che non a caso coincide con la festa degli Angeli Custodi. Perché cos’altro sono sta...
02/10/2026

Oggi è la Festa dei Nonni, una data che non a caso coincide con la festa degli Angeli Custodi. Perché cos’altro sono stati i nostri nonni, se non angeli che ci hanno custodito durante l’infanzia?

Io oggi sono un’adulta e i miei nonni non li ho più, ma la loro presenza continua ad accompagnarmi. In particolare penso alla mia nonna paterna, che per me è stata un vero angelo custode: una donna fantastica, visionaria, indipendente e incredibilmente moderna per i suoi tempi, capace di tenere unita la famiglia con la sua forza.

Tra tutti i ricordi, ce n’è uno che porto ancora ben saldo nel cuore: quando preparava il rosolio con le fragoline selvatiche che il nonno raccoglieva in campagna. Aveva una rosoliera apposita e, per farmi partecipare e occupare il mio tempo, mi diceva con dolcezza: «Prendile tu con quelle manine piccole, ci riesci meglio». E così io facevo cadere dentro il vetro quelle fragoline a forma di cuore... Tanti piccoli cuoricini che fluttuavano, proprio come l'amore che lei sapeva donarmi.

Oggi capisco che il compito degli angeli custodi è anche questo: lasciarci ricordi pieni di luce e insegnamenti che non svaniscono mai. A chi li ha ancora accanto: abbracciateli forte. E a chi li conserva nel cuore: ricordiamoli con un sorriso, sapendo che da lassù continuano a vegliare su di noi. ❤️✨

In questo 11 settembre se ne va Emma Bonino, e per me è un giorno che pesa il doppio. Da una parte c'è una data che da v...
11/09/2026

In questo 11 settembre se ne va Emma Bonino, e per me è un giorno che pesa il doppio.
Da una parte c'è una data che da venticinque anni ci ricorda quanto sia fragile il mondo; dall'altra la perdita di una donna che alla fragilità non si è mai arresa, insegnandoci a non aver paura. Mi sembra quasi di perdere una di famiglia.

L'ho guardata spesso negli ultimi anni, colpita dal suo modo di stare al mondo: sotto quella celebre scorza un po' dura c'era una limpidezza rara, fatta di una forza silenziosa che ti faceva sentire subito meno sola. Ha affrontato persino la malattia a testa alta, con una dignità sfrontata, senza mai nascondersi e senza mai smettere di lottare.

Per tutta la vita ha portato la sua voce ovunque — dalle nostre piazze fino in Europa — per difendere i diritti di tutti, diventando un punto di riferimento che andava oltre la politica. Ci lascia un vuoto enorme, ma anche l'esempio bellissimo di chi resta libero fino all'ultimo.


10/09/2026

Sapete cosa mi dà davvero il lavoro, al di là dei soldi? Mi dà una direzione. Un motivo per aprire il ristorante la mattina, incrociare lo sguardo della gente, sentirmi utile. L’essere umano non è fatto per stare sul divano a far scorrere il tempo su uno schermo. Abbiamo bisogno di fare, di stancarci, di creare.

Ho letto un’intervista a Penelope Cruz che mi ha toccato sul vivo. Parlava di questo futuro che ci promettono i colossi della tecnologia: un mondo pieno di intelligenza artificiale dove perderemo milioni di posti di lavoro, ma in cambio avremo “tanto tempo libero”. E lei ha fatto una domanda semplice, ma potente: “Tempo libero per fare cosa?”

Ha ragione da vendere. E io, che faccio il ristoratore, questa storia del “tempo libero” la vedo ogni benedetto giorno.
Vengono tanti ragazzi a cercare lavoro da me. Ma appena capiscono gli orari, tirano indietro la gamba. La ristorazione è dura, lo sappiamo. Ti prosciuga. Un mio vecchio professore a scuola ci diceva sempre: “Ragazzi, siete certi di questa scelta? Perché noi lavoriamo proprio quando gli altri si divertono”. Ed è così: sabati, domeniche, feste, estate... mentre gli altri brindano, tu stai in cucina o tra i tavoli a sudare.

Oggi tanti giovani non ne vogliono più sapere di questi ritmi. Vogliono il loro tempo, la loro vita. Ed è un desiderio umano, per carità, lo capisco pure. Ma mi chiedo: se il tempo libero diventa l'unica cosa che conta, o se un domani le macchine faranno tutto al posto nostro lasciandoci le mani in mano... noi con quel tempo che ci facciamo?
Ma soprattutto: con cosa ce lo paghiamo?
Perché quando sei libero vuoi viaggiare, uscire, goderti la vita. Ma se non c'è il lavoro a portare a casa il pane, con quali soldi le fai queste cose?

Il tempo è un dono bellissimo, sì, ma solo se hai i mezzi per viverlo e qualcosa dentro che gli dà valore. Senza la fatica che ti fa assaporare il riposo, e senza un mestiere che ti fa sentire vivo, il rischio non è la libertà. È solo una grande, immensa solitudine.

Oggi siamo tutti più poveri: ci ha lasciato fratel Enzo Bianchi   Ci lasci con un vuoto enorme, ma anche con una ricchez...
01/09/2026

Oggi siamo tutti più poveri: ci ha lasciato fratel Enzo Bianchi

Ci lasci con un vuoto enorme, ma anche con una ricchezza dentro che niente potrà cancellare.

Ricordo quando ti ho conosciuto, tanti anni fa: mi ha colpito subito il tuo modo di spiegare il Vangelo. Niente giudizi, niente barriere, nessuna morale usata come un'arma.

Sapevi parlare ai potenti con la stessa semplicità e lo stesso rispetto riservati all'ultimo degli uomini. Avevi lo sguardo e l'ascolto di chi ha davvero imparato la lezione di Gesù Cristo: una parola rassicurante e una speranza per chiunque.

Da cuoca, ho amato profondamente anche il tuo periodo di ritiro, quel tuo stare in silenzio a coltivare l'orto. I tuoi pensieri dedicati alla terra, alle verdure cresciute con pazienza, al ringraziare il Signore per i frutti più semplici, erano una lezione di vita meravigliosa. Un giorno hai scritto:

“Cucinare, preparare la tavola, condividere il cibo è un modo diretto per dire a qualcuno: 'Ti voglio bene, mi prendo cura di te'.”

Mi hai insegnato che la spiritualità sta proprio qui: nell'accudire, nel preparare, nel prendersi cura con gratitudine di ciò che nutre il corpo e l'anima.
Te ne sei andato con la discrezione di sempre, ma la tua voce accogliente continuerà a farci compagnia. Buon viaggio verso il tuo riposo più bello, fratel Enzo. Che la terra ti sia dolce come quella che hai accarezzato con le tue mani.


A volte, un'immagine semplice come una stella cadente può evocare emozioni profonde e richiamare alla mente versi che ci...
11/08/2026

A volte, un'immagine semplice come una stella cadente può evocare emozioni profonde e richiamare alla mente versi che ci hanno segnato.
È il caso di Francesco Guccini, un cantautore che, con la sua poesia, ha saputo dare voce alle nostre domande e alle nostre speranze.
Nei giorni scorsi non ho potuto rendergli omaggio, ma vorrei approfittare di questo periodo di stelle cadenti per fargli una piccola dedica con una strofa di “Stelle” che sento particolarmente mia:

“Ma guarda quante stelle incastonate: che senso avranno mai, che senso abbiamo?
Sembrano dirci in questa fine estate: siamo e non siamo
E che corriamo come il Sagittario tirando frecce a simboli bastardi,
Antiche bestie, errore visionario, segni bugiardi
C'erano ancora prima del respiro, ci saranno alla nostra dipartita,
Forse fanno ballare appesa a un filo la nostra vita
E in tutto quel chiarore sterminato, dove ogni lontananza si disperde,
Guardando quel silenzio smisurato l'uomo... si perde”


L’ultimo scudoSe ripenso a quando ero ragazza, la Nazionale non era solo una squadra: era una certezza. E il motivo prin...
31/07/2026

L’ultimo scudo

Se ripenso a quando ero ragazza, la Nazionale non era solo una squadra: era una certezza. E il motivo principale aveva un nome e un cognome: Franco Baresi.

Noi di quella generazione ce lo diciamo ancora oggi, quando ci capita di parlare di calcio: bastava vederlo lì dietro per stare tranquilli. Non avevamo l'ansia che avevamo per gli altri reparti. Ci dicevamo proprio: "Vabbè, c'è Baresi". Era il nostro scudo, un muro che ti faceva sentire al sicuro da qualsiasi avversario. Capiva dove andava il pallone un secondo prima degli altri, guidava la difesa a testa alta e con un'eleganza che oggi non si vede più.

Alla fine, cambiavano i guantoni a protezione della porta, ma non la sostanza di quella difesa. Che ci fosse Dino Zoff a guidare i veterani dell'82, Walter Zenga nei voli di Italia '90 o Gianluca Pagliuca nell'inferno di USA '94, davanti a loro c'era sempre lo stesso angelo custode: Franco Baresi.

Vedere come sono cambiate le cose oggi fa un po' male. La Nazionale di adesso sembra un lontano parente di quella storia, e il calcio moderno ha perso gran parte di quel calore.

Ma per chi è cresciuta in quegli anni, il ricordo di Baresi resta lì, intatto: il simbolo di un'epoca in cui ci bastava guardare la difesa per credere che potessimo ba***re chiunque.

"Che tu possa avere sempre la gloria che meriti, campione di vita: il nostro capitano, ieri come oggi."

Oggi dalle nostre parti la giornata è nuvolosa. Ha pure piovigginato un po', regalando quel fresco piacevole che fa ve**...
24/07/2026

Oggi dalle nostre parti la giornata è nuvolosa. Ha pure piovigginato un po', regalando quel fresco piacevole che fa ve**re solo voglia di prendersela con calma, mettersi seduti a rilassarsi e leggere qualcosa di divertente per distrarsi un po'. E in giornate così, anch'io ne approfitto: mi metto comoda e mi lascio andare al piacere della scrittura.

Vi voglio raccontare questo aneddoto che mi è stato raccontato tempo fa da Suor Teofila, una suora conosciuta in convento. Era una donna straordinaria: spiritosa, piena di brio e con una verve comica naturale. Ogni tanto amava ti**re fuori dal cilindro uno dei suoi racconti. Aveva un talento unico nel dare il ritmo giusto alle parole, conosceva i tempi della risata come pochi e, tra i tanti ricordi che amava condividere, questo era senza dubbio uno dei suoi preferiti.

Il nuovo maestro di Cassano

A Cassano, si sa, la vita a volte bisogna inventarsela. E Antonio, in quell'arte, era un maestro. Il problema era che l'arte dell'espediente non pagava abbastanza, specie se a casa avevi una moglie e sei bocche da sfamare.

Con l'inverno alle porte, i lavoretti saltuari non bastavano più: ci voleva un lavoro fisso, assiduo.
Disperato ma dignitoso, Antonio decise di giocarsi la carta più potente dell'epoca: il parroco. Don Vito era un uomo buono, con un giro di conoscenze che arrivava dritto in Paradiso (e, cosa più importante, in provincia).

Antonio si presentò in sagrestia, si tolse la coppola e andò dritto al punto:
«Don Vito, vi prego, aiutatemi. Ho sei bambini. Mi serve un lavoro fisso, che duri pure d'inverno. Non posso più andare avanti a saltuarietà.»
Don Vito, guardando quell'uomo disperato, si impietosì:
«Ho capito, Antonio... ma tu, di lavoro, che cosa sai fare? Qual è il tuo mestiere?»
Antonio si raddrizzò, fiero, e rispose:
«Eh, Don Vì... io faccio u righenist.»
A Don Vito si illuminarono gli occhi. Un organista! Con quel modo un po' stretto di masticare le parole, il parroco aveva capito proprio così. Pensò subito alla Provvidenza: proprio la settimana prima il vecchio maestro se n'era andato, lasciando le messe della domenica in un silenzio tombale. Aveva fatto un affare: un disoccupato da salvare e la chiesa che ritrovava la musica.

«Antonio! Ma questo è un miracolo! Sentiti già assunto. Però, sai com'è... domani vieni qui in parrocchia che facciamo giusto una prova veloce veloce.»
L'indomani, puntualissimo, Antonio si presentò. Don Vito, con un sorriso a trentadue denti – a cui però ne mancavano almeno cinque –, lo prese sottobraccio e lo accompagnò dritto dritto nella zona dell'organo.
«Ecco qui, Antonio! Fammi vedere quello che sai fare, perché ti voglio assumere.»
Antonio si guardò intorno, completamente smarrito. Guardò le canne di metallo, guardò i pedali, guardò tutti quei tasti. Poi si girò verso il prete, perplesso:
«Don Vì... e io che dovrei fare qua?»
Don Vito lo guardò come se scherzasse:
«Come sarebbe "cosa devi fare"? Devi suonare l'organo! Non mi hai detto ieri che sei un organista?»
Antonio sgranò gli occhi, fece un passo indietro e si mise le mani nei capelli:
«Un organista?! Ma quale organista, Don Vì! Io vi ho detto che faccio u righenist! Vado a raccogliere l'origano! A tempo... quando è il tempo!»

Don Vito rimase a bocca aperta per tre secondi, guardando prima l'organo e poi Antonio. Poi, realizzando il gigantesco malinteso dialettale, scoppiò in una risata così forte e tonante che rimbombò in tutta la chiesa vuota. Antonio, prima mortificato, nel vedere la reazione del prete capì l'assurdità della situazione e scoppiò a ridere di cuore insieme a lui.

Quando riuscì a riprendere fiato, Don Vito si asciugò una lacrima e disse:
«Ah, Antonio, Antonio... u righenist! E io che già ti vedevo a suonare per la messa di Natale! Senti qua: d'inverno l'origano non cresce, ma la Provvidenza sì. Visto che la chiesa ha bisogno di essere pulita, io cerco un uomo di fiducia che lo faccia. Il lavoro fisso te lo do lo stesso. Però facciamo un patto...»
«Tutto quello che volete, Don Vì!»
«A Natale, l'organo lo suono io. Ma al pranzo della parrocchia, l'arrosto ce lo spezi tu col mestiere tuo!»

Oggi abbiamo ricevuto una conferma che ci emoziona e ci rende orgogliosi: Sintesi è stata riconfermata anche quest’anno ...
22/07/2026

Oggi abbiamo ricevuto una conferma che ci emoziona e ci rende orgogliosi: Sintesi è stata riconfermata anche quest’anno nella guida 50 Top Pizza.

Per noi la pizza è un gesto semplice ma rigoroso. È la ricerca costante dell’equilibrio, di un’idratazione e una lievitazione che rendano ogni impasto sottile, leggero, quasi impalpabile. È il rispetto profondo per le materie prime che scegliamo e la cura per una cottura che valorizzi ogni singolo ingrediente.

Ma la verità è che una pizza non è mai davvero completa finché non arriva al vostro tavolo. Siete voi, con la vostra fiducia e la gioia di condividere la nostra tavola, a darle forma e senso ogni sera.

Grazie di cuore per far parte di questo viaggio. Vi aspettiamo ad Alberobello per festeggiare insieme. 🍕✨

Indirizzo

Largo Martellotta 75/76
Noci
70012

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