24/07/2026
Oggi dalle nostre parti la giornata è nuvolosa. Ha pure piovigginato un po', regalando quel fresco piacevole che fa ve**re solo voglia di prendersela con calma, mettersi seduti a rilassarsi e leggere qualcosa di divertente per distrarsi un po'. E in giornate così, anch'io ne approfitto: mi metto comoda e mi lascio andare al piacere della scrittura.
Vi voglio raccontare questo aneddoto che mi è stato raccontato tempo fa da Suor Teofila, una suora conosciuta in convento. Era una donna straordinaria: spiritosa, piena di brio e con una verve comica naturale. Ogni tanto amava ti**re fuori dal cilindro uno dei suoi racconti. Aveva un talento unico nel dare il ritmo giusto alle parole, conosceva i tempi della risata come pochi e, tra i tanti ricordi che amava condividere, questo era senza dubbio uno dei suoi preferiti.
Il nuovo maestro di Cassano
A Cassano, si sa, la vita a volte bisogna inventarsela. E Antonio, in quell'arte, era un maestro. Il problema era che l'arte dell'espediente non pagava abbastanza, specie se a casa avevi una moglie e sei bocche da sfamare.
Con l'inverno alle porte, i lavoretti saltuari non bastavano più: ci voleva un lavoro fisso, assiduo.
Disperato ma dignitoso, Antonio decise di giocarsi la carta più potente dell'epoca: il parroco. Don Vito era un uomo buono, con un giro di conoscenze che arrivava dritto in Paradiso (e, cosa più importante, in provincia).
Antonio si presentò in sagrestia, si tolse la coppola e andò dritto al punto:
«Don Vito, vi prego, aiutatemi. Ho sei bambini. Mi serve un lavoro fisso, che duri pure d'inverno. Non posso più andare avanti a saltuarietà.»
Don Vito, guardando quell'uomo disperato, si impietosì:
«Ho capito, Antonio... ma tu, di lavoro, che cosa sai fare? Qual è il tuo mestiere?»
Antonio si raddrizzò, fiero, e rispose:
«Eh, Don Vì... io faccio u righenist.»
A Don Vito si illuminarono gli occhi. Un organista! Con quel modo un po' stretto di masticare le parole, il parroco aveva capito proprio così. Pensò subito alla Provvidenza: proprio la settimana prima il vecchio maestro se n'era andato, lasciando le messe della domenica in un silenzio tombale. Aveva fatto un affare: un disoccupato da salvare e la chiesa che ritrovava la musica.
«Antonio! Ma questo è un miracolo! Sentiti già assunto. Però, sai com'è... domani vieni qui in parrocchia che facciamo giusto una prova veloce veloce.»
L'indomani, puntualissimo, Antonio si presentò. Don Vito, con un sorriso a trentadue denti – a cui però ne mancavano almeno cinque –, lo prese sottobraccio e lo accompagnò dritto dritto nella zona dell'organo.
«Ecco qui, Antonio! Fammi vedere quello che sai fare, perché ti voglio assumere.»
Antonio si guardò intorno, completamente smarrito. Guardò le canne di metallo, guardò i pedali, guardò tutti quei tasti. Poi si girò verso il prete, perplesso:
«Don Vì... e io che dovrei fare qua?»
Don Vito lo guardò come se scherzasse:
«Come sarebbe "cosa devi fare"? Devi suonare l'organo! Non mi hai detto ieri che sei un organista?»
Antonio sgranò gli occhi, fece un passo indietro e si mise le mani nei capelli:
«Un organista?! Ma quale organista, Don Vì! Io vi ho detto che faccio u righenist! Vado a raccogliere l'origano! A tempo... quando è il tempo!»
Don Vito rimase a bocca aperta per tre secondi, guardando prima l'organo e poi Antonio. Poi, realizzando il gigantesco malinteso dialettale, scoppiò in una risata così forte e tonante che rimbombò in tutta la chiesa vuota. Antonio, prima mortificato, nel vedere la reazione del prete capì l'assurdità della situazione e scoppiò a ridere di cuore insieme a lui.
Quando riuscì a riprendere fiato, Don Vito si asciugò una lacrima e disse:
«Ah, Antonio, Antonio... u righenist! E io che già ti vedevo a suonare per la messa di Natale! Senti qua: d'inverno l'origano non cresce, ma la Provvidenza sì. Visto che la chiesa ha bisogno di essere pulita, io cerco un uomo di fiducia che lo faccia. Il lavoro fisso te lo do lo stesso. Però facciamo un patto...»
«Tutto quello che volete, Don Vì!»
«A Natale, l'organo lo suono io. Ma al pranzo della parrocchia, l'arrosto ce lo spezi tu col mestiere tuo!»