15/09/2026
Oggi Malandrino è una linea di tre vini:
Trebbiano, Cerasuolo e Montepulciano.
Ma per molti anni Malandrino è stato uno solo:
il Montepulciano.
È stato lui, molto tempo dopo, a dare il nome agli altri due.
Tre vini.
Un cognome poco raccomandabile.
E prima ancora del vino, il Malandrino era Luigi.
Se questo vino fosse un selfie, sarebbe il suo.
Solo che, invece di pubblicarlo, lo ha imbottigliato.
Malandrino anche per un altro motivo.
È così scorrevole che una bottiglia raramente resta sola.
Il problema arriva quando ti alzi dalla sedia
e lui, con molta calma, ti presenta il conto.
Ma il vero colpo da Malandrino lo ha fatto nel 2012.
Nella sua prima versione, molti anni fa, c’era anche un po’ di Cabernet Sauvignon.
Poi è diventato Montepulciano al 100%, con il suo passaggio in legno.
Funzionava.
Piaceva.
Non c’era nessun motivo per cambiarlo.
Quindi Luigi lo cambiò.
Tolse il legno.
Scelse acciaio e cemento.
Oggi sembra una decisione normale.
Allora non lo era affatto.
In Abruzzo l’equazione era semplice:
Montepulciano = legno.
Il legno dava importanza.
Struttura.
Serietà.
O almeno così si pensava.
Il Malandrino 2012 uscì da quell’equazione.
Niente travestimenti.
Niente muscoli aggiunti.
Solo Montepulciano, frutto e territorio.
All’inizio fu quasi un sacrilegio.
Perché cambiare un vino che funzionava?
Qualche anno dopo, nelle cantine abruzzesi, hanno cominciato a comparire sempre più Montepulciano senza legno.
Le rivoluzioni, quando funzionano, smettono presto di sembrare rivoluzioni.
Oggi il Malandrino è uno dei vini che ci chiedono di non toccare.
Noi lo diciamo sempre:
se lo cambiamo, vengono a spararci sotto casa.
Curioso destino per un vino che ha costruito la propria identità cambiando.
Prima ha cambiato se stesso.
Poi ha contribuito a cambiare il Montepulciano d’Abruzzo.
Da solo ha cominciato.
Malandrino è rimasto.
𝐂𝐚𝐭𝐚𝐥𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚
Vini Concettuali dal 1920