TerraMallia

TerraMallia La famiglia Mallia coltiva e seleziona le migliori particelle di Nero d'Avola per produrre piccole quantità.

Questo vino arriva dal famoso impianto ad alberello, situato in contrada Maccari nel sud est della Sicilia.La famiglia Mallia coltiva e seleziona le migliori particelle di Nero d'Avola per produrre piccole quantità. Questo vino arriva dal famoso impianto ad alberello, situato in contrada Maccari nel sud est della Sicilia, l'area in cui i greci scelsero di piantare le prime piante d'uva. Questo vino è perfetto per riportare la magia di questa vecchia terra.

La storia di Pachino e dei Pachinesi, padri del Nero d'Avola.
05/09/2025

La storia di Pachino e dei Pachinesi, padri del Nero d'Avola.

La vendemmia

I lavori veri e propri si svolgevano lungo l’arco di una quindicina di giorni (di solito a cominciare dai primi di settembre). Un paese intero si dava la sveglia quasi all’unisono: vedevi una comunità indaffarata, preoccupata, interamente presa dalla vendemmia, fra attese e speranze: in paese non si parlava d’altro. Intere famiglie a-ccascia i carrettu si avviavano alle vigne fuori del perimetro urbano: alla Ch***pa, Carcicina, Bonivini, Maccari, alla Scirbia, a Barracchinu, a Terreni nuovi o nei vigneti di Terranobile. Oggi la vendemmia si compie quasi in sordina senza la gioia e il clamore di un tempo. Il ritmo è quello imposto dalla civiltà delle macchine: velocità e risparmio. Un tempo le stesse tecniche tradizionali imponevano ritmi più umani, che lasciavano il tempo all’esplicarsi delle mille forme della comunicazione sociale tra individui, gruppi e sessi. Non c’era vendemmia senza canti, battute, e data la presenza delle donne intente a ‘raccioppare’, nascevano amori e promesse di matrimonio.

Pachino, vendemmia 1989 (ph. Nino Privitera)

I giovani che speravano in un ingaggio si portavano con la loro cesta (crueddha) intrecciata di canne e lentischio, o di canne e oleastro (agghiastru) nella piazza del paese. Qui venivano contattati dai sinzali, mediatori, o direttamente dai proprietari dei fondi, coi quali pattuivano il prezzo dell’ingaggio: se era di un solo giorno si diceva “a-llivata”, e il compenso si doveva a tutta la ciurma che provvedeva a dividerlo fra i lavoranti. Se, come era più comune il lavoro si protraeva per più giorni, si pagava a giornata. Il proprietario doveva corrispondere il vino da pasto e il companatico. All’accordo seguiva la consegna della corbella da parte del ragazzo al padrone a pegno dell’ingaggio (se c’era il mediatore bastava la sua parola).

Giunta all’antu (il nome indicava la vigna da vendemmiare ed era mutuato dal campo da mietere), la squadra sceglie il capo (capuciurma), che provvede a sua volta a disporre ciascun uomo nel proprio filare filagnu. Al segnale convenzionale del capo si inizia: un tempo l’inizio dei lavori era scandito con un’invocazione a carattere religioso («A-nnomi di Diu e di li santi»), poi sostituita da frasi quali «Amici miei, ttaccamu», o «Susitivi ch’è-gghiornu». Si iniziava con grande lena, e a metà filare ci si cominciava a punzecchiare l’un l’altro, e spontaneo nasceva il canto, o la battuta sarcastica o il proverbio pungente e attinente ad un particolare difetto di qualche vendemmiatore. In genere il capo iniziava una sfida col compagno a chi riempiva per primo la cesta: «Infatti chi per primo la riempie, agitandola in aria, esclama, rivolto ai compagni:

«Primera cu nun è-ccinu si rispera» (“Premiera chi non l’ha piena si dispera”, la premiera è nel gioco delle carte il possesso della maggior numero di carte di sette). La presenza delle donne “raccioppatrici” stimola il canto e in particolare il canto d’amore spesso a doppio senso: «Signura zzita, siti bbomminuta / dumani fazzu a-bbui la bol-livata / la vostra vigna stasira si p**a/ e-ddumani si ttrova vignignata» (Sortino).

Fioccavano motti e sentenze dai più anziani a mo’ di ammonimento ai più giovani, specie quando in mezzo c’era qualche lavativu o allintatu o peggio strafottenti, in questo caso si raccontavano apologhi e si ricordavano episodi e fatti successi al fine di far capire al tizio “l’educazione”. Sempre gli anziani ricordavano il tempo passato e criticavano il presente o gli errori che si facevano dai nuovi padroni che pretendevano raccogliere subito l’uva: «Cuogghi appena matura la rracina / Ccu bbuonu tiempu e asciutta r’acquazzina», il che significava che era sbagliato iniziare all’alba la vendemmia. Riempita la corbella, ciascun vendemmiatore la trasportava a spalla (ma spesso erano le donne a portarla a destinazione) fino alla tina caricata sul carretto dove veniva svuotata. Riempita la tina, il carretto si avviava verso il palmento. Se questo era vicino alla vigna, i vendemmiatori erano obbligati a scaricare l’uva raccolta nei pigiatoi del palmento [23].

Alla fine della vendemmia passavano le squadre delle “raccioppatrici” che provvedevano a ripassare le vigne vendemmiando i graspi rimasti (l’operazione prendeva il nome di racciuppari, da raccioppu, piccolo grappolo). Perché a tutti era chiaro il noto proverbio: «Cu avi bbona la vigna / avi pani, vinu e-lligna»: la vigna dava la legna, con la legna si ardeva il forno per il pane. Il pane era vita.

31/08/2025
25/02/2025

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Pachino

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