I terreni della fattoria Poggio Gagliardo si estendono per oltre 400 ettari a cavallo delle province di Pisa e Livorno; le dolci colline digradanti verso il mare sono coltivate a vigneto (circa 65 ettari, doc Montescudaio) e oliveto (circa 5 ettari), ma ampi sono anche i boschi di macchia mediterranea. E per saperne di più, leggi qui:
Poggio Gagliardo, la storia nella storia
La fattoria Poggio G
agliardo, con i suoi più di 400 ettari di terreno, coltivato e boschivo, che dalle colline di Montescudaio, Guardistallo e Casale digradano verso il mare, è collocata nel cuore di un territorio vocato all’agricoltura di qualità sin dai tempi più remoti. Siamo nella parte terminale della valle del fiume Cecina (anticamente porto dell’etrusca Volterra), dove la presenza di insediamenti umani è attestata da numerosi reperti a partire dal Paleolitico. E uno dei manufatti archeologici più eleganti, che evidenziano la raffinatezza della popolazione etrusca, insediatasi in questo territorio dalla fine del VIII sec. a.C., è proprio il Vaso cinerario di Montescudaio (la testimonianza archeologica più antica nell’iconografia etrusca dei simposi, attualmente conservato presso il museo archeologico di Cecina). a.C., è di particolare interesse antropologico oltreché archeologico. Il coperchio dell’urna è infatti decorato con una scena di banchetto ove il personaggio raffigurato, certamente un aristocratico, è seduto su di un trono (secondo la più antica tradizione etrusca che non aveva ancora assimilato l’usanza greca di mangiare sdraiati su di un triclinio) davanti a un tavolo su cui si possono riconoscere pagnotte di pane e formaggio; accanto al tavolo vi è un grosso vaso “cratere” dove veniva mescolato il vino e l’acqua secondo l’uso greco, dall’altra parte del tavolo si vede la base di un altro cratere, andato distrutto. Si tratta quindi di una rappresentazione che anticipa di millenni, per tipo di cibi e modalità di consumarli, le usanze attuali. La storia antica narrabile per reperti ci porta poi alla successiva dominazione di Roma con la villa romana di San Vincenzino: identificata come quella di Albino Caecina (importante esponente di una famiglia romana discendente da nobili etruschi di Volterra), la villa è situata su di una piccola altura a sinistra del fiume Cecina, poco prima della sua foce. Con la caduta dell’impero romano la zona costiera venne progressivamente abbandonata e la vita e i commerci si spostarono più nell’interno, proprio in quei territori su cui ora insiste la Fattoria Poggio Gagliardo. È infatti a monte del torrente Linaglia, che scorre nei terreni della fattoria (e dà anche il nome al nostro vino vermentino Linaglia), che si sviluppò una via di transito usata da pellegrini e commercianti durante il medioevo. Recenti ricerche archeologiche dell’università di Pisa hanno individuato su di un poggio della fattoria (presso il cosiddetto “vigneto della macchia”) resti dell’antico Spedale medioevale di San Leonardo, rinomato luogo di sosta e ristoro per i viandanti di quel tempo. Sempre nei pressi del torrente Linaglia, ora con una portata d’acqua modesta, vi sono resti di mulini e frantoi che nel passato erano azionati dalla sua possente capacità idrica. Nei boschi di fattoria, ove da tempo immemore sgorga una fonte che nel secondo dopoguerra è stata canalizzata e consente ora di irrigare l’intera estensione coltivata di Poggio Gagliardo, si possono anche ammirare i resti di alcune arcate di un acquedotto databile tra il XVIII e XIX sec. Ulteriori testimonianze della vita passata sono molteplici piazzole di carbonaia (per esempio nei boschi di Pianacce e Malemacchie, che danno il nome ad altrettanti nostri vini: il Gobbo ai pianacci Merlot, e il Montescudaio riserva Malemacchie) per la produzione di carbone dal legname. questa porzione di territorio divenne possedimento della famiglia della Gherardesca (a un ramo della quale spettò il titolo di conti di Montescudaio) condividendone le alterne vicende storiche, che la videro essere prima vicaria della Repubblica Pisana e quindi di Firenze. In questo periodo e per molti secoli successivi gli insediamenti rurali sparsi in questa zona furono scarsi o inesistenti, preferendo le popolazioni vivere nella area urbana limitrofa al castello. Importanti notizie anche riguardanti l’agricoltura in quest’area sono reperibili nei primi statuti comunali che Montescudaio e Guardistallo si diedero nel 1407 (e nelle successive redazioni del 1491 e 1517), quando si ribellarono ai Conti e fecero atto di accomandigia a Firenze. Le comunità iniziano allora a organizzarsi sia dal punto di vista politico-giuridico sia dal punto di vista sociale. In quegli anni l’economia si basava soprattutto sull’allevamento e sulla coltivazione di orzo e segale; le vigne erano oggetto di particolare attenzione, ed erano previste pene per chi non le coltivava adeguatamente o le danneggiava con il pascolo del bestiame. Nell’estimo del 1571 appare una continua presenza di pezzi di terreno descritti come “pezzi di terra vignata” o “un pezzo di terra e vigna” nell’area di Montescudaio che certificano ulteriormente la vetustità dell’usanza di coltivare la vigna in questi luoghi (sono precisamente 120 i pezzi di terra così censiti e circa nello stesso periodo la popolazione era costituita da 114 famiglie e 606 persone). Ci troviamo tuttavia in presenza di una proprietà terriera strutturata a latifondo e organizzata secondo leggi feudali e in tal modo sarà sino al 1769 quando il granduca di Lorena Pietro Leopoldo introdusse una nuova tipologia di patto agrario, l’allivellazione, che consentiva di dare in godimento a una persona diversa dal proprietario un appezzamento di terreno dietro il pagamento di un canone in denaro. Tramite questa legge fu così possibile procedere al frazionamento del latifondo e all’appoderamento dei terreni disponibili, favorendo espressamente nelle assegnazioni coloro che avessero impiantato nuovi vigneti. Nasceva quindi una nuova borghesia terriera e con essa le prime case coloniche (come i poderi di Linaglia di Sotto e Linaglia di Sopra a Poggio Gagliardo) i cui terreni erano in quel periodo boschivi o seminativi (nudi o con alberi: viti e olivi). L’intreccio tra la storia passata e l’attuale attività della Fattoria è così stretto che, in anni recenti, nel produrre il Vel Aules abbiamo utilizzato tecniche di vinificazione antiche, tali da dare un vino “come si sarebbe potuto bere nel 1786 per celebrare l’abolizione della pena di morte da parte del Granduca Pietro Leopoldo”. Nel 1977 (a pochi anni di distanza dall’emanazione della legge che istituiva le DOC in Italia), il territorio ha ottenuto il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata, con due tipologie: un rosso a base di sangiovese, trebbiano, malvasia, e altre varietà come canaiolo e colorino, e un bianco, a base di trebbiano, malvasia e vermentino, che può essere prodotto anche come Vin Santo, secco, semisecco o dolce (nel 1999 il disciplinare è stato modificato prevedendo l’utilizzo dei vitigni cosiddetti internazionali come il cabernet e il merlot). Acquisita nel 1969 dalla famiglia Surbone, la Fattoria Poggio Gagliardo ha in questi decenni potenziato la sua identità vitivinicola e olivicola, giungendo ad avere ora circa 70 ettari di terreni vitati (di cui 60 iscritti nella doc Montescudaio) e 5 a olivi. I vigneti sono stati impiantati a partire dai primi anni Settanta, con sesti d’impianto tradizionali e forma d’allevamento a cordone speronato; si tratta in massima parte dei due vitigni usuali della zona e della Toscana: il sangiovese e il trebbiano. Accanto a questi due vitigni base hanno poi trovato collocazione altri vitigni tipici: tra le uve rosse il canaiolo nero, il ciliegiolo, il colorino e la malvasia nera, tra le uve bianche il vermentino, la malvasia bianca e il canaiolo bianco. All’inizio degli anni Novanta è poi iniziata un’opera di completamento della piattaforma ampelografica aziendale, con l’introduzione progressiva di vitigni internazionali, associata a una diversa impostazione dei sesti d’impianto, che ha portato a maggiori densità per ettaro. Sono stati così impiantati il cabernet sauvignon (mentre precedente è un vigneto di cabernet franc), il merlot, lo syrah per quanto riguarda le uve rosse e lo chardonnay e il sauvignon blanc per le uve bianche. Le forme d’allevamento prescelte sono state il guyot e il cordone speronato. Alla paleria tradizionale in cemento precompresso si è andata via via sostituendo la paleria metallica o in legno. Le operazioni colturali si sono vieppiù meccanizzate, con l’impiego di trattori e attrezzi specificamente pensati per la vigna. La gestione del ciclo vegeto-produttivo della pianta ha risposto sempre più a criteri di ricerca della massima qualità, da realizzarsi soprattutto con equilibrate produzioni per ceppo. L’affinamento in legno dei vini può essere effettuato sia in botti grandi, della capienza variabile da 20 a 55 ettolitri, sia nelle barriques da 225 l. Sia le botti sia le barriques sono in legno di rovere, con una media tostatura. La barriccaia della Fattoria conta a tutt’oggi oltre 350 barriques, mentre la capienza nelle botti di legno è di 650 ettolitri. Negli anni la gamma dei prodotti si è progressivamente ampliata e attualmente sono in produzione 8 etichette di vino rosso (Sottobosco rosso, Montescudaio rosso, Pulena, Malemacchie, Rovo, Gobbo ai Pianacci, Ultimosole, Vel Aules), 4 di vino bianco (Sottobosco bianco, Montescudaio bianco, Linaglia, Vignalontana) e un vino rosso da fine pasto (Rovo chinato). Le piante di olivo sono 1200, allevate a vaso e coltivate in due olivete specializzate in prossimità dei poderi Linaglia di Sopra e Linaglia di Sotto, e in una giovane oliveta che è stata da pochi anni impiantata nel territorio del Comune di Casale Marittimo. Altri olivi, in coltura promiscua, si alternano ai filari di vite oppure ai lati dei seminativi, caratterizzando il paesaggio con una impronta tipicamente toscana. Le varietà coltivate sono quelle classiche della olivicoltura toscana: Leccino, Frantoio, Moraiolo e Lazzero. L’olio così prodotto può fregiarsi del marchio IGP Toscana. Collocata in una zona a spiccata vocazione turistica, la Fattoria Poggio Gagliardo ha allestito in una delle sue antiche cantine una sala degustazione aperta al pubblico durante la settimana, mentre nell’ex granaio è ora una sala ristorante. Da sempre impegnata a mantenere un legame diretto con i propri clienti, ha per questo motivo organizzato in Fattoria uno spaccio ove, oltre ai prodotti imbottigliati, è possibile acquistare anche il vino rosso e bianco sfuso dell’annata.