26/06/2025
❗ «O macelli subito tutti i tuoi capi, oppure li rinchiudi in un capannone»: è quello che si è sentita dire Tiziana Sfriso, una dei pochissimi allevatori di suino Nero di Parma allo stato semibrado nei boschi di Fornovo di Taro, a due passi dai grandi salumifici e industrie della carne.
Probabilmente Tiziana con i suoi animali non potrà mai più tornare e purtroppo i casi come il suo, in Italia, sono sempre di più, a causa di una mala gestione del fenomeno della peste suina africana.
«Allevando i nostri animali all’aperto, e non in porcilaie e capannoni industriali, siamo visti dalla politica e dalle autorità sanitarie come i possibili responsabili del contagio nel suino domestico. Veniamo considerati l’anello debole, anche se lo storico delle positività dimostra che il virus entra dove vuole, anche e soprattutto nei grandi allevamenti al chiuso. Ma siccome veniamo considerati fragili, siamo anche ritenuti i più sacrificabili».
Gli allevamenti di suini all’aperto stanno scomparendo (dal 2021 al 2024 ne abbiamo persi uno su tre) eppure sono proprio questi a svolgere un ruolo fondamentale per:
🌱 salvaguardare la biodiversità delle razze tradizionali
🏔️ creare opportunità di lavoro in territori marginali.
La peste suina africana avanza... ma i focolai si diffondono soprattutto negli allevamenti grandi, non nei piccoli, che ne pagano le conseguenze.
La biosicurezza non basta più.
La priorità per le istituzioni dovrebbe essere fare tutto il possibile per proteggere le poche aziende agrozootecniche rimaste e le razze autoctone che conservano, oppure agire come se fosse già stabilito che sono sistemi destinati a scomparire?
Chiediamo una soluzione concreta.
👉Leggi l'articolo per approfondire la vicenda: https://www.slowfood.it/peste-suina-se-essere-a-norma-di-biosicurezza-non-basta-piu/
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Lo Spineto e il Suino Nero di Parma