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L’inizio di una relazione è fatto di parole.Arrivano in abbondanza: messaggi lunghi, promesse, futuro raccontato come se...
11/06/2026

L’inizio di una relazione è fatto di parole.

Arrivano in abbondanza: messaggi lunghi, promesse, futuro raccontato come se fosse già presente. E tu le bevi tutte. Le rileggi. Le conservi.

Poi il tempo passa. E qualcosa non torna: le parole restano tante, i fatti restano pochi.

Ma tu hai le parole. E ti basta. O almeno, ti dici che basta.

Le parole arrivano subito. Non costano niente a chi le pronuncia e nutrono all’istante chi le riceve. Sono cibo veloce: dolce, immediato, disponibile.

I fatti sono lenti. Richiedono tempo, scelta, presenza. Sono il pasto che sazia davvero — ma bisogna saperlo aspettare.

A volte non è ingenuità restare attaccati alle parole belle. È fame. Vedere i fatti significherebbe perdere la storia che ci stavamo raccontando.

E forse la domanda non è “perché mi accontento delle parole?”

È: di cosa avevo così tanta fame, da scambiarle per nutrimento?

I bambini piangono mentre giocano.Non si fermano. Non si scusano. Non scelgono quale emozione è presentabile.Noi sì.Da a...
30/05/2026

I bambini piangono mentre giocano.

Non si fermano. Non si scusano. Non scelgono quale emozione è presentabile.

Noi sì.

Da adulti impariamo presto a dividere: quello che si può mostrare e quello che va tenuto dentro. Lo chiamiamo controllo. A volte è davvero maturità. Spesso è solo una scissione che portiamo avanti per anni senza accorgercene.

La stanchezza che non sai spiegare.
La fame che non passa dopo aver mangiato.
Il bisogno di qualcosa che non riesci a nominare.

Spesso hanno radici lì: in tutte le volte che hai imparato a gestire invece di sentire.

La mindfulness non ti chiede di smettere di funzionare. Ti chiede di smettere di fuggire da te.

C’è un momento preciso.Arriva qualcosa — un messaggio, una parola, un silenzio — e il corpo si attiva. Si stringe, si te...
23/05/2026

C’è un momento preciso.

Arriva qualcosa — un messaggio, una parola, un silenzio — e il corpo si attiva. Si stringe, si tende, accelera. È automatico. Involontario.

Quello che succede dopo, invece, non lo è.

O almeno, non dovrebbe esserlo.

La maggior parte delle volte agiamo senza accorgercene: diciamo qualcosa, chiudiamo, scattiamo. Non perché lo abbiamo scelto — ma perché non ci siamo fermati abbastanza a lungo da poter scegliere.

Viktor Frankl lo chiamava libertà: quello spazio tra ciò che accade e ciò che facciamo. Brevissimo. Spesso invisibile. Ma reale.

Mi fermo. Mi sento. Mi leggo.

Tre gesti interiori per abitare quello spazio — e trasformare l’automatismo in qualcosa di più consapevole.

Fermarsi non è perdere tempo. È smettere di essere portati dall’onda. È scegliere come stare nella propria vita, anche nei momenti in cui tutto spinge a reagire in fretta.

Incoerenti, stanchi, confusi — e comunque interi.Hai detto una cosa e fatto l’opposto.Hai iniziato qualcosa e lasciato a...
27/04/2026

Incoerenti, stanchi, confusi — e comunque interi.
Hai detto una cosa e fatto l’opposto.
Hai iniziato qualcosa e lasciato a metà.
Volevi essere presente e invece eri altrove.
E invece di lasciarlo andare, ci sei tornato sopra.
Siamo cresciuti in una cultura che ha trasformato la coerenza in virtù morale. Lineari, costanti, prevedibili — come se la vita interiore funzionasse come un progetto con scadenze. Come se l’umanità fosse un difetto da correggere.
La stanchezza non è scarsa disciplina.
La confusione non è debolezza.
L’incoerenza, spesso, è solo la traccia di qualcuno che sta cercando di capire mentre vive.
Esiste un modo diverso di stare con tutto questo. Non si chiama accettazione — quella parola è diventata un altro compito da fare bene. Si chiama tregua.
La tregua non dice che va tutto bene.
Dice: per adesso smetto di combattermi.
Più ci battiamo per essere coerenti e presenti — più ci allontaniamo da noi. L’energia che servirebbe per ascoltarci la stiamo usando per giudicarci.
La tregua non nasce da una tecnica.
Nasce dal riconoscere che il conflitto esiste — e scegliere, anche solo per oggi, di non alimentarlo.

“Solo un pezzetto.”Lo dici come se fosse una promessa. Come se bastasse decidere prima quanto prendere per sentire di av...
16/04/2026

“Solo un pezzetto.”
Lo dici come se fosse una promessa. Come se bastasse decidere prima quanto prendere per sentire di avere il controllo.
Ma non è una questione di controllo.
Non è una questione di volontà.
È che dentro c’è qualcosa che chiede spazio. E il cibo è il modo più veloce per non ascoltarlo.
Non c’è niente di sbagliato in te. Non è debolezza. È un modo che hai trovato per gestire qualcosa di più grande di un pezzetto di cioccolato.
La prossima volta che succede, prova a fermarti un secondo. Non per resistere. Per chiederti: di cosa ho fame, davvero?
Non è una domanda facile.
Ma è quella che cambia tutto.

Pensi di decidere con la testa. Di scegliere cosa mangiare, cosa dire, cosa sopportare, con la parte razionale di te. E ...
07/04/2026

Pensi di decidere con la testa. Di scegliere cosa mangiare, cosa dire, cosa sopportare, con la parte razionale di te. E invece no. Il cervello è caldo. Funziona a emozioni, non a logica. È sempre stato così.

Non è fame, è qualcos'altro. Quando mangiamo per colmare un vuoto emotivo, il corpo sta parlando. Mindfulnesss e consapevolezza alimentare.

Dopo una discussione, le parole restano dentro. Bruciano.E prima ancora di rendertene conto, sei davanti alla dispensa.N...
01/04/2026

Dopo una discussione, le parole restano dentro. Bruciano.
E prima ancora di rendertene conto, sei davanti alla dispensa.
Non per fame.
Per qualcos’altro che non sai come gestire.
Ti hanno detto che il problema è il cibo. Che devi controllarti, resistere, stringere i denti.
Ma nessuno ti ha mai chiesto cosa stavi provando in quel momento.
Forse il cibo non è mai stato il problema.
Forse è l’unica risposta che hai trovato a una domanda che non ti sei ancora fatta.
La prossima volta, prima di aprire quella dispensa — fermati tre secondi.
Non per resistere.
Per ascoltarti.

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