22/08/2026
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La carne aumenta di prezzo.
Ma questo non significa automaticamente che gli allevatori italiani stiano guadagnando di più.
Anzi, il problema è proprio qui.
Dietro un chilo di carne ci sono vitelli, mangimi, veterinari, terra, energia, trasporti, personale, burocrazia, investimenti e debiti. E mentre molti di questi costi continuano a salire, il margine per chi alleva può diventare sempre più stretto.
L’Italia, inoltre, non è autosufficiente nella carne bovina. Copriamo circa il 40% del nostro fabbisogno nazionale e oltre il 60% dipende dall’estero.
Questo significa che, se una stalla italiana chiude, il consumo non sparisce.
Molto più semplicemente, aumentano le importazioni.
E quindi perdiamo un pezzo di filiera italiana, perdiamo lavoro nei territori, perdiamo produzione nazionale e diventiamo ancora più dipendenti da ciò che arriva da fuori.
Una stalla, infatti, non è soltanto carne.
È foraggio prodotto nei campi.
È lavoro per veterinari, trasportatori, tecnici e mangimisti.
È economia locale.
È presidio del territorio.
È una parte importante della nostra agricoltura.
La zootecnia italiana vale oltre 22,7 miliardi di euro di produzione e rappresenta circa il 30% della produzione agricola nazionale.
Eppure, tra il 2005 e il 2024, mentre il valore della produzione zootecnica è cresciuto del 62%, mangimi e altre spese sono aumentati dell’82%.
Ecco perché dire semplicemente “la carne costa di più” non basta per capire come stanno davvero gli allevatori.
Difendere le stalle italiane non significa difendere tutto così com’è.
Significa pretendere aziende sostenibili economicamente, controlli seri, benessere animale, filiere trasparenti, contratti chiari e condizioni che permettano a chi lavora bene di continuare a produrre.
Perché senza allevatori pagati in modo adeguato, la carne italiana non viene sostituita dal nulla.
Viene sostituita dalla carne prodotta altrove.
E allora la domanda è semplice:
vogliamo continuare ad avere una filiera bovina italiana, controllata e radicata nei nostri territori, oppure vogliamo dipendere sempre di più dall’estero?